UN LUCCHESE TRA I CANNIBALI
Sono trascorsi oltre cento anni dalla morte di Carlo Piaggia, I'intrepido esploratore di Badia a Cantignano che si spinse nelle zone più selvagge e tra le popolazioni più ostili dell'Africa.
Un amico degli indigeni e un nemico degli schiavisti, lui si devono importanti collezioni etnologiche.

 

In pieno clima di rivalutazione della figura dell'esploratore lucchese Carlo Piaggia, I'Istituto Storico di Lucca, che con ogni probabilità rappresenta l'Istituto Culturale Italiano con più , alto numero di iscritti (ben millecinquecento) ha dato vita sin dal, 1979 ad una serie di iniziative tendenti a far conoscere all'opinione pubblica questo personaggio umile ed eroico.

Un'interessante mostra documentaria, imperniata appunto sulI'opera del Piaggia,  ha toccato infatti importanti centri quali Nairobi (1979), II Cairo (1981) Alessandria d'Egitto (1981) Addis Abeba (1981) ed infine Mogadiscio (1981); immagini, scritti ed oggetti di collezioni etnografiche da lui raccolti,  sono stati l'oggetto dl questa rassegna itinerante.
A tali importanti realizzazioni, l'Istituto Storico ha fatto seguire, nel 1982, centenario della morte dell'avventuroso lucchese, una spedizione scientifica.

La "carovana", se cosi possiamo definirla, si e mossa da Lucca il 14 febbraio dell'82, con lo scopo principale di rivisitare le terre e le tribù che il Piaggia, primo europeo, descrisse nei suoi famosi "diari”, negli innumerevoli viaggi in terra d'Africa. Cosi, un manipolo di lucchesi,  a distanza di un secolo, ha voluto ripercorrere gli itinerarli di Carlo Piaggia, quasi seguendo le orme del fantasma dell'esploratore in lontane contrade che non sono poi molto diverse da come lui, per primo, le vide.
La piccola spedizione era formata da Antonio Romiti e Giorgio Tori (dell'Archivio di Stato) Roberto Giovannini (fotografo ed operatore cinematografico), Fabio Maria Santucci (per le riprese audiovisive) ed Aldo Mencarini (medico).
Dopo il volo in aereo Khartoum – Juba,  i ricercatori hanno percorso, talvolta con mezzi occasionali (spesso stipati su camions trasportanti bestiame) 2000  km di "pista", seguendo in difficili condizioni climatiche il tragitto
Juba- Maridi-Yambio-Nzara-Mopoi- Tombora-Ezo-Naandi- Nzara.

Un viaggio nel cuore dell’Africa, in plaghe ancora afflitte  dall’incubo della  mosca tze-tze.
La spedizione è ritornata in Italia il 4 marzo successivo con un ricco bagaglio  di conoscenze sugli  usi, costumi e tradizioni di quelle tribù, ritenute ai tempi del Piaggia, cannibalesche ed estremamente pericolose.

Dopo tre settimane in Equatoria (Sud-Sudan) nel territorio dei temibili "Niam-Niam" (dove il Piaggia approdo nel 1863 fermandovisi per circa un anno e mezzo ed adattandosi alla loro "vita") la spedizione lucchese, nel contatto diretto con gli indigeni, ha compreso appieno la grande forza d'animo che doveva sostenere i viaggi del “Piccolo Mugnaio di Badia, "un viaggiatore solitario che amava vivere con i popoli che visitava, non imponendo mai niente".

La spedizione Romiti, si è inoltrata nei villaggi Azande (nome attuale dei Niam-Niam) verificando, occasione per occasione, I'esattezza delle rilevazioni e delle informazioni assunte dal Piaggia più di un secolo fa,  che fanno parte dei resoconti contenuti nelle sue "Memorie".
Afferma il presidente dell'Istituto Storico Lucchese, Romiti: "Abbiamo rivisto i paesaggi descritti, le famose 'foreste a galleria' che, per primo, il Piaggia definì".

Nelle capanne sono stati ritrovati inoltre utensili ed oggetti di uso giornaliero, del tutto simili a quelli che l'esploratore portò in Europa oltre cent'anni or sono: frecce, oggetti per lavorare la terra, punte di lancia... Gli Azande (indigeni di una razza dalla pelle più chiara di quella degli appartenenti ad altre tribù) vivono ancora oggi come ai tempi in cui furono visitati dal Piaggia: costruiscono capanne a forma circolare su spiazzi pulitissimi (tanta è la paura dei serpenti), e vicino ad esse, non è raro vedere dei tumuli di pietre e cioè delle tombe. II rito funebre ha sempre una grande importanza per queste popolazioni.

MALARIA E LEBBRA

Inutile dire che l'ambiente riserva ancora, condizioni di vita precarie per gli indigeni: la mosca tze-tze produce molte vittime e crea seri problemi alle popolazioni locali, spesso anche private, dalla "malattia del sonno", delle risorse alimentari bovine. Altre vere sciagure, oltre la fame endemica, sono poi in queste zone la malaria e la lebbra. Pur in queste difficili condizioni, gli uomini si dedicano all'agricoltura (granaglie, frutta, mango, papaia, ananas ecc.) in terreni lontani dai villaggi.
La caccia - spiega Romiti - è eseguita ancora con le reti e l'uso arcaico di lance e frecce. Le donne lavorano anch'esse la terra oltre che essere abilissime pescatrici; pescano "con le mani", deviando le acque di una "pozza" ed immergendovisi poi alla ricerca del pesce.

I matrimoni avvengono con particolarissimi riti: il padre dello sposo consegna a quello della sposa un determinato numero di punte di lancia mentre lei acconcia la propria capigliatura in modo elaboratissimo. I vestiti di taglio europeo, sono entrati ormai nell'uso degli Azande, ma non  è raro vedere indossare sopra questi ultimi, il caratteristico ciuffo di foglie che era proprio del vecchio costume funebre.

"Fra questa gente, con l'indispensabile aiuto dei missionari comboniani di Nzara, siamo riusciti - spiega ancora il Presidente dell'Istituto Storico - nel nostro intento: abbiamo realizzato 2000 diapositive, circa 3 ore di filmato da 16 mm., oltre alla raccolta di una cospicua quantità di materiale etnografico ed appunti in relazione ai viaggi del Piaggia.

"L'Istituto il 14 novembre prosegue Romiti - ha portato a Capannori una mostra fotografica e dei reperti etnologici delle popolazioni Azande, in occasione del 1° centenario della morte dell'esploratore. Notevole l'interesse destato nel pubblico e nello stesso assessorato alla cultura dell'Ente, da tempo impegnato nella rivalutazione della figura del Piaggia. Dal 18 al 25 novembre, poi, abbiamo organizzato ad Addis Abeba un convegno di studi di carattere etnologico, dedicato sempre all'esploratore; hanno collaborato con noi l'Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba e l'Università d'Etiopia, mentre sono intervenuti nelI'occasione, il professor Paolo Marrassini dell'Istituto di Linguistica e Lingue Orientali dell'Università di Firenze ed il professor Bernardo Bernardi, titolare della cattedra di etnologia dell'Universita di Roma".

"A margine di queste manifestazioni - continua Romiti - io stesso. assieme a Paolo Emilio Tomei, botanico dell'Università di Pisa, nel contesto di una spedizione scientifica sulle rive del lago Tana, sono riuscito nel novembre scorso, a raggiungere Quorata; un villaggio dove il Piaggia sosto per ben due anni (1873-1875). Li abbiamo ritrovato, tale e quale nelle sue descrizioni, un vecchio monastero. Abbiamo raccolto materiale scientifico per l'erbario tropicale di Firenze e la spedizione si e dimostrata veramente interessante".

VIAGGIATORE SOLITARIO

Carlo Piaggia nacque a Badia di Cantignano, nella campagna lucchese, il 24 gennaio 1827 dalla famiglia di un umile mugnaio. Terzogenito di otto fratelli e due sorelle, esercitò il mestiere paterno fino all'età di ventiquattro anni e poi, nel 1851, anche in seguito ad una serie di sventure familiari, si recò in Africa, il continente al quale resto legato profondamente per tutta la vita. Qui, dal 1851 al 1859, fu di volta in volta tappezziere, verniciatore di carrozze, giardiniere e legatore di libri, ma soprattutto, data la sua grande perizia con le armi, (era anche un ottimo cacciatore) armaiolo.

Con tali disparate attività si guadagnò da vivere ed anche quel tanto che gli permise di compiere avventurosi viaggi. Infatti il giovane lucchese trasferì in quelle terre il suo desiderio di sapere, studiando gli uomini e la cultura di quei luoghi, nonche' la natura africana. Risalì il Nilo Bianco sostando alla Missione di S. Croce di Gondòkoro ed infine giunse fino a Rejaf, a pochi chilometri a sud dell'attuale Juba.

Nel 1860 ebbe per compagno il marchese Orazio Antinori, esplorò buona parte del Bahr el Ghazal e si spinse ancora a Sud, attraverso le tribù dei Dinka e dei Giur.

Il suo nome divenne ben presto famoso in quei luoghi ed il Piaggia si guadagnò l’amicizia e la stima delle autorità  del tempo che, tuttavia anche promettendogli incarichi di prestigio, non riuscirono a distoglierlo dal suo desiderio di conoscere terre inesplorate.
Il secondo viaggio di Carlo Piaggia ebbe come momento focale la spedizione fra gli Azande (1863-1865) nel West Equatoria; in quelle zone inesplorate e inospitali compì l'impresa per cui va più celebre, avvicinando la temutissima tribù dei Niam-Niam (gli attuali Azande).

Si trattenne fra i Niam-Niam un anno e mezzo e fu il primo europeo che indicò la via per raggiungere quei luoghi "pieni di favole e paure”; poi vi andò anche lo Schweinfurth, il famoso esploratore tedesco, che nei suoi scritti ricordò, appunto, il Piaggia.

Il terzo viaggio fu compiuto dall’esploratore lucchese dal 1871 al 1876, avendo in mente mète diverse; risalì ancora il Nilo Bianco fino al lago Kioga (Uganda) per poi spostarsi in Etiopia, trattenendosi a lungo sulle rive del Lago Tana.
Alla fine del suo primo viaggio, nel 1859, l'esploratore rivide la sua Badia di Cantignano e  Lucca dove fu accolto trionfalmente; portò dall'Africa appunti interessanti e regalò al Museo di Storia Naturale di Firenze splendide collezioni etnografiche relative alle terre dell'Alto Nilo.

Donò poi diverse raccolte di pelli d'animali e di uccelli rari ai Comuni di Lucca e Capannori. Sempre durante uno dei suoi ritorni  in patria, Carlo Piaggia riscosse importanti riconoscimenti della sua opera.

In quell'occasione, l’Accademia lucchese lo annoverò tra  i propri soci, la Società Geografica italiana gli conferì la medaglia d’oro ed il Governo la croce di Cavaliere; fu anche ricevuto dal Re Umberto che, fra l'altro, lo fornì di  danaro per un quarto viaggio nel continente  nero. L'esploratore si preparava ad una partenza, dalla quale, purtroppo, non sarebbe più tornato a causa della sua salute, ormai minata dalle fatiche, dai disagi sopportati, e dalle febbri contratte in Africa. L'esploratore riparti nel maggio del 1878 per raggiungere il 3 settem bre Kartoum . Di lì scriveva "Conto di trattenermi qualche tempo occupandomi di collezioni, poi mi spingerò più a sud... La mia salute e di ferro, I'ho provata can le grandifatiche, nel deserto... ".

Invitato dal barone Schuwer, altro suo grande amico, ad accompagnarlo nelle esplorazioni che intendeva compiere nel Sud, il Piaggia si preparava a partire quando cadde malato. Dopo aver ripreso un po' di forze si mise in viaggio la sera del 24 dicembre 1881, e raggiunse Karkog (Carcoggi), sul Nilo Azzurro, ma lì affranto dalle fatiche morì. Aveva espresso il desiderio di non essere sepolto nel cimitero di Kartoum, dove, diceva, vi erano "troppi avventurieri e schiavisti" e fu perciò sepolto ai piedi di un grosso albero a Carcoggi.

LA SORPRESA DI DE AMICIS

Finiva cosi l"epopea" di un esploratore diverso, solitario, dalla grande umanità, che aveva dimostrato al mondo intero come con la volontà, la bontà e la persuasione, fosse possibile accattivarsi la fiducia di popolazioni "tradizionalmente ostili" quali i Niam-Niam. II Piaggia lasciò oltre ad un ricchissimo patrimonio scientifico, anche un'abbondante serie di scritti Non sapendo tradurli "nella bellura delle forme", non era mai riuscito, con suo grande cruccio, a trovare qualcuno che si occupasse di pubblicarli. Un’enorme quantità di notizie preziose sulle regioni attraversate e di osservazioni sui popoli, sui prodotti dei luoghi, sui commerci, rimase per molto tempo sconosciuta. Lo stesso De Amicis, al quale l'esploratore si rivolse per un "allettamento della forma" delle sue memorie, rimase sorpreso per l'originalità dei temi trattati; declinò peraltro l'incarico, affermando che era più conveniente che Piaggia stesso trattasse la materia.

Le memorie dell'esploratore furono ridotte e pubblicate soltanto sessant'anni dopo la sua morte (Ed. Vallecchi 1940) a cura del professor Alfonso Pellegrinetti.

Lettere e manoscritti, tuttora inediti sono custoditi presso l'Archivio di Stato e la Biblioteca Governativa di Lucca e la Società Geografica Italiana di Roma; è un ricco materiale che conserva il fascino delle avventure vissute dal Piaggia, raccontate con la semplicità di un ragazzo di campagna; e uno scrigno di ricchezze ancora poco conosciute che attende d'essere rivelato.

IL MUGNAIO DI BADIA DI CANTIGNANO

... "Mio padre mi ha sempre raccontato di aver traversato trionfalmente la città di Lucca, agghindata di vessilli e bandiere e animata di gente esultante, in braccio a Carlo Piaggia, reduce dal suo primo viaggio in  Africa .

Chi parla e Elsa Torre, bisnipote del grande esploratore lucchese, scomparso oltre cento anni fa, nel 1882. La signora, che vive a Lucca, parla volentieri e con calore dell'argomento; i suoi occhi s'illuminano rievocando i bei giorni della giovinezza quando suo padre, Eugenio, le raccontava, nelle veglie davanti al focolare, le gesta dell'intrepido zio.

"Molta gente, ultimamente, mi viene a cercare per pormi domande sul Piaggia e sono veramente contenta di parlare di lui". Entrando nella casa della signora Torre,  ci si trova in un ambiente arredato con mobili antichi, oggetti liberty e trine raffinatissime dove il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. Su una parete del salotto è un ritratto d'epoca del Piaggia nel suo tipico atteggiamento fiero. Davanti a noi e il lucchese che visse, unico "bianco" in terre ancora sconosciute e che riuscì a "sintonizzarsi" con le popolazioni selvagge e allora temutissime dell'Africa nera, alcune dedite ancora a riti cannibaleschi.

"A Badia, suo luogo di nascita, Carlo fu sempre considerato un tipo speciale: un personaggio strano ma affabile, solitario ma con tanti amici - dice la signora Torre - un piccolo mugnaio che amava lo studio. Mio padre diceva che Carlo, nel suo peregrinare in terra d'Africa (grazie al quale dotò i musei di mezz' Europa di preziose collezioni naturalistiche) non badò mai a "far fortuna", ma solo a vivere attivamente la propria esistenza; voleva conoscere l'Africa e farla conoscere agli altri. Intendeva comprendere altre civiltà per insegnare altrettanta civiltà. Anche da ciò e facile capire la poesia del suo impegno umano oltre che scientifico".

"Tanti a quell'epoca - prosegue la signora - furono i grandi personaggi che lo conobbero ma nessuno riuscì o volle, in realtà, ad  aiutarlo in quello che a lui più premeva: pubblicare i suoi scritti. Tutto ciò che aveva imparato nelle spedizioni africane era annotato in fitti quaderni che lui, consapevole dei suoi limiti, non era mai riuscito a riordinare. Si dice in proposito che fosse molto confuso nelle descrizioni, pressappochista, e che inventasse perfino dei termini per meglio spiegarsi".

D'altro canto come poteva a quei tempi un povero mugnaio farsi una cultura umanistica? La sua incapacità di  comunicare per iscritto era la sua segreta pena, giacchè gli impediva di rendere noto a tutti quello che aveva fatto e di affermarsi nella cultura ufficiale; tuttavia come non poteva parimenti considerarsi uomo di cultura, un "semianalfabeta" che pure rilevava: "La ricchezza fa una nazione forte ma grande la fanno solo gli onori e la gloria conquistati sulle vie della civiltà"?

Ma cosa induceva quest'uomo a cimentarsi nella sua ricerca? Giriamo la domanda alla signora Torre; "Mio padre diceva che suo zio Carlo era un profondo amante della natura; quando faceva con lui lunghe passeggiate nelle campagne, gli spiegava il fascino delle stagioni... Talvolta capitava che mentre giocava con lui restasse a lungo in silenzio a scrutare il rosso di un tramonto. Era molto sensibile a certi spettacoli e penso che, questa, sia stata la molla che fece di lui un esploratore. Per esempio quando tornava nella sua Badia si fermava per poco tempo. Era si contento di essere in patria fra i cari, ma, allo stesso tempo, sentiva una struggente nostalgia per i viaggi. Un giorno infine diceva “Domani parto' e allora niente e nessuno poteva fermarlo".

Era un cacciatore e un buon tiratore (pur avendo perso un occhio per un incidente venatorio) e naturalmente fu anche questa passione a portarlo nei boschi lucchesi dove studiava la flora locale. In Africa si trasferì appunto come cacciatore d'elefanti e di marabù. Dell'Africa accettava tutto e sapeva comprendere i modi di vita delle popolazioni selvagge, perfino dei cannibali tra i quali si trovò a vivere assistendo anche ad un festino cannibalesco. Questo sforzo di comprensione dimostrato in mille occasioni, assieme alla bontà e alla persuasione che sapeva infondere intorno, era una sua qualità indubbia, un'arma più temibile degli stessi archi dei feroci Niam-Niam.

SELVAGGI ERANO BIANCHI

"Per lui i selvaggi - dice la signora Torre - non erano tali; selvaggi erano invece i bianchi che volevano colonizzarli". Piaggia affermava sempre che l'uomo africano era migliore dell'Europeo, in quanto non conosce ne’ bugie ne’ inganni col suo prossimo. Anche per questi sperimentati principi, I'esploratore lottò accesamente con gli schiavisti che sempre videro in lui un pericoloso nemico. In famiglia si giunse perfino ad ipotizzare che lo avessero tolto di mezzo avvelenandolo. Certo è che quando torno per l'ultima volta a Badia non nascondeva il proprio disprezzo per gli schiavisti bianchi. Anche il baule dell'esploratore quando, dopo la sua morte, fu spedito in Italia, risultò manomesso: mancavano - si disse - carteggi con la Casa Reale, con il marchese Antinori ma soprattutto gli appunti di ben tre anni di esplorazioni. Nacque il sospetto che gli schiavisti avessero temuto che fosse documentata la loro truce attività africana. "Tutte ipotesi inquietanti, difficili da provare, ma possibili" dice la signora Torre.

Cosa le è rimasto del Piaggia? "Questa grande medaglia d'oro. Gli fu rilasciata dall'Istituto Geografico Italiano per le sue esplorazioni e l'aveva sul petto quando morì. In famiglia avevamo, a dire il vero, anche collezioni ed altro materiale interessantissimo, che però dovemmo cedere alla Fiera dell'Oltremare a Napoli, in periodo fascista. Tutto perduto. Abbiamo fatto anche delle ricerche ma non e stato trovato più niente. Venga, venga che ora le faccio vedere il suo famoso baule, quello che ha passato i deserti...".

Massimo Raffanti


Carlo Piaggia
 
 
Carlo Piaggia (nato a Badia di Cantignano (LU) il 4 gennaio 1827, morto a Carcoggi il 17 gennaio 1882). È compagno dell’Antinori nella regione del Fiume delle Gazzelle. Da solo penetra nel paese dei Niam-Niam, considerati feroci mangiatori di carne umana. Nel 1876 accompagna Romolo Gessi al lago Alberto. Separatosi dall’amico, raggiunge un lago cui dà il nome di Capechi. In Abissinia dimora sulle rive del lago Tana e compie in sei giorni l’intera sua circumnavigazione. Muore a Carcoggi sul Nilo Azzurro.
Edmondo De Amicis lo definì “nobilissimo italiano, operaio, soldato e apostolo”. Lasciò delle interessanti memorie, pubblicate postume nel 1941 dall’editore Vallecchi a cura di G. Alfonso Pellegrinetti: Le Memorie di CarloPiaggia. Cfr. Orazio Antinori, Viaggi di O. Antinori e C. Piaggia nell’Africa Centrale, in Bollettino della Società Geografica Italiana, fascicolo 1°, Firenze, 1868; Aurora Carlini Venturino, Carlo Piaggia e i suoi viaggi nell’Africa Orientale ed Equatoriale, Torino, G. B. Paravia & C., 1951; Edmondo De Amicis, Coraggio e Costanza. Il viaggiatore Carlo Piaggia, Torino, Ditta G. B. Paravia e Comp., 1896; Felice Del Beccaro, Vita di Carlo Piaggia, Milano, Edizioni del Tempo, 1937; Carlo Piaggia,  Nella terra dei Niam-Niam (1863-1865), a cura di Ezio Bassani, Pisa, Maria Pacini Fazzi Editore,1978; Antonio Romiti, Le memorie di Carlo Piaggia. Nuovi contributi alla conoscenza dell’Esploratore di Badia di Cantignano, Capannori, Comune di Capannori, 1998.
 


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