CANTI
degli uccelli
Rassegna articoli
13.05.2005
I canti dei canarini
Le melodie atipiche apprese in gioventù vengono riformulate in età adulta

Per alcuni tipi di uccelli, imparare a cantare fa parte del processo della crescita, proprio come imparare a parlare lo è per i bambini umani: ascoltano i loro genitori e altri adulti, memorizzano, imitano, fanno pratica, e col tempo diventano in grado di modulare il suono caratteristico della propria specie per poter attirare una compagna.
Ora alcuni scienziati della Rockefeller University di New York hanno scoperto che i giovani canarini possono imparare a imitare con precisione un suono generato al computer che non assomiglia per niente a un canarino. Ma quando gli uccelli maturano, modificano questo suono, abbandonandone alcuni elementi, riordinandone altri, e aggiungendo ripetizioni e fraseggi tipici della melodia di un canarino adulto. I risultati sono stati descritti in un articolo sul numero del 13 maggio della rivista "Science".
"Questo tipo di riprogrammazione - spiega Fernando Nottebohm, direttore del Laboratorio di Comportamento Animale dove è stato condotto lo studio - ricorda la flessibilità del riordino dei fonemi tipica del linguaggio umano e rappresenta un aspetto delle capacità vocali degli uccelli finora poco descritto".



21.02.2005
Esercizi di canto per uccelli
Il sonno può aiutare i diamanti mandarini a cantare meglio 

Secondo uno studio pubblicato sul numero del 17 febbraio della rivista "Nature", il sonno aiuta i giovani uccelli ad apprendere l'arte del canto, ma lo fa in un modo sorprendente. Secondo la ricerca, quando i diamanti mandarini (Taeniopygia guttata) si svegliano la mattina, cantano in maniera notevolmente peggiore di quanto facessero il giorno precedente. Inoltre, i singoli uccelli che inizialmente cantano peggio durante le "esercitazioni" mattutine, si rivelano in seguito i cantanti migliori di tutti.
L'apprendimento vocale negli uccelli canori presenta diverse similarità con lo sviluppo del linguaggio umano. Gli uccelli inesperti attraversano un periodo di "grida" stridule prima di imparare a imitare in modo accurato i canti, proprio come i bambini farfugliano prima di pronunciare le parole corrette. Pertanto, secondo la neurologa Partha Mitra del Cold Spring Harbor Laboratory che ha collaborato allo studio, questa ricerca suggerisce la necessità di studi quantitativi sull'effetto del sonno sull'apprendimento nei neonati umani.
Gli autori hanno esaminato questi effetti nei diamanti mandarini di pochi mesi. Gli individui di questa specie sono attivi durante il giorno, non cantano al buio, e sviluppano i loro canti durante una finestra critica di "plasticità" cerebrale compresa fra uno e tre mesi dopo la nascita. Per imparare a cantare, è noto che gli uccelli giovani devono udire il canto di un adulto e, attraverso la pratica, sviluppare la propria versione del canto confrontando la propria vocalizzazione con uno schema mnemonico del canto che "odono nella propria testa".
Curiosamente, i ricercatori hanno scoperto che, quando gli uccelli dormono, i neuroni del cervello coinvolti nell'apprendimento vocale esibiscono schemi di attività simili a quelli osservati quando gli uccelli svegli stanno cantando. Per confermare il fatto che il sonno influenzi l'apprendimento dei canti, i neuroscienziati Ofer Tchernichovski e Sébastien Derégnaucourt del City College di New York hanno registrato ogni vocalizzazione (approssimativamente un milione di "sillabe" per uccello) effettuata da dodici giovani esemplari di diamante mandarino nel corso di diversi mesi. La cosa sorprendente è che, anziché un miglioramento graduale, molti uccelli si svegliano la mattina mostrando un forte peggioramento della propria qualità di canto rispetto alla sera precedente. Tuttavia, il canto di questi uccelli migliora rapidamente durante il giorno: anzi, quelli che cantano peggio dopo aver dormito si rivelano i migliori verso la fine della giornata.



15.12.2004
Come i fringuelli imparano a cantare
Individui della stessa specie possono seguire strategie differenti

Di tutti gli animali del mondo, soltanto gli esseri umani, alcuni tipi di uccelli e forse alcuni delfini e balene apprendono i suoni che usano per comunicare con gli altri mediante un processo di ascolto, imitazione e pratica. Tutti gli altri, compresi i primati non umani, sviluppano normalmente questi suoni in assenza di modelli esterni.
Ora un gruppo di scienziati della Rockefeller University di New York ha scoperto che i diamanti mandarini, uccelli canori nativi dell'Australia, usano strategie simili a quelle dei neonati umani per apprendere i propri canti. Alcuni fringuelli si concentrano sul migliorare singole componenti del canto, le cosiddette "sillabe", mentre altri si esercitano su schemi più lunghi chiamati "motivi". La scelta della strategia, o della combinazione di strategie, sembra dipendere da quello che fanno i loro fratelli. Col tempo, però, tutti riescono a eseguire lo stesso canto da adulti.
Lo studio, descritto in un articolo pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", è il primo a mostrare un'influenza sociale sul modo in cui gli uccelli imparano i loro canti, analizzando l'apprendimento di uccelli mantenuti in gruppi familiari anziché in camere di isolamento. Gli autori mostrano inoltre che singoli uccelli della stessa specie possono seguire strategie differenti per ottenere lo stesso risultato finale. Finora, gli scienziati pensavano che il processo di apprendimento vocale negli uccelli consistesse principalmente nell'inserimento di dettagli all'interno di un programma di sviluppo pre-esistente. Se così fosse, questo programma - almeno nei diamanti mandarini - deve essere molto flessibile.



07.04.2004
Anche negli uccelli c'è il gene del linguaggio
I geni FoxP2 degli umani e degli uccelli sono identici al 98 per cento 

Un team di neurobiologi ha scoperto che nel meccanismo di apprendimento dei canti degli uccelli è presente una versione quasi identica di un gene la cui mutazione produce negli esseri umani un deficit ereditario del linguaggio. Lo studio, pubblicato sul numero del 31 marzo 2004 della rivista "Journal of Neuroscience", è stato condotto da Erich Jarvis del Medical Center della Duke University, da Constance Scharff del Max-Planck-Institut di genetica molecolare e da altri colleghi. La scoperta potrebbe aiutare a comprendere come i geni contribuiscono all'architettura e alle funzioni dei circuiti cerebrali responsabili del canto negli uccelli.
Secondo Jarvis, la ricerca del gene (FoxP2) è cominciata dopo che altri ricercatori avevano scoperto che la sua versione umana era responsabile di un deficit della produzione del linguaggio. "Negli uomini - spiega lo scienziato - la mutazione provoca una disfunzione molto specifica. I pazienti colpiti presentano una coordinazione motoria del tutto normale, ma non sono in grado di pronunciare correttamente le parole o di metterle insieme in frasi grammaticalmente corrette. Inoltre, hanno problemi a comprendere il linguaggio complesso".
Quando i genetisti hanno confrontato le sequenze di DNA del normale gene umano FoxP2 con primati non umani e altre specie, hanno scoperto che gli esseri umani possiedono una specifica variazione che non esiste in nessun altro mammifero. "Tuttavia, - continua Jarvis - poiché il canto degli uccelli è un comportamento vocale appreso proprio come il linguaggio, abbiamo deciso di guardare se gli uccelli canterini possedevano una versione con la stessa variazione".
Jarvis, Scharff e colleghi hanno confermato che anche gli uccelli possiedono il gene FoxP2. Ma anche se è quasi identico a quello dell'uomo (al 98 per cento), il gene degli uccelli non presenta la variazione specifica caratteristica degli esseri umani. "Pertanto, - conclude Jarvis - questa mutazione specifica dell'uomo non è necessaria per l'apprendimento vocale, almeno negli uccelli. O forse nel gene degli uccelli c'è un'altra variazione che conduce a sua volta all'apprendimento vocale".



21.08.2003
Come gli uccelli riconoscono i canti
I neuroni rispondono ai canti sia individualmente sia come popolazione 

Ricercatori dell’Università di Chicago stanno studiando gli storni europei per cercare di scoprire come gli uccelli sono in grado di riconoscere i canti e i richiami. Lo studio ha permesso di gettare nuova luce sui processi con cui il cervello impara, riconosce e ricorda suoni complessi a livello cellulare. In un articolo pubblicato sulla rivista “Nature”, gli scienziati mostrano come i canti che gli uccelli hanno imparato a riconoscere inneschino risposte sia nei neuroni individuali sia nelle popolazioni di cellule del loro cervello.
“Abbiamo scoperto – afferma Daniel Margoliash, docente di biologia e di psicologia e co-autore dello studio – che le cellule in una parte del cervello vengono alterate in modo significativo dal processo di apprendimento. Man mano che gli uccelli imparano a riconoscere determinati canti, le cellule di quest’area diventano sensibili a particolari schemi sonori od oggetti auditivi che fanno parte del canto memorizzato, senza invece manifestare la stessa sensibilità di fronte agli schemi dei canti non familiari. Cellule specifiche del cervello si ‘sintonizzano’ in rapporto a ciò che l’uccello sta imparando”.
Come il cervello percepisce e interpreta gli stimoli dal mondo esterno è una questione fondamentale nel campo delle neuroscienze. Esistono molti tipi di sistemi mnemonici nel cervello: i ricordi di parole, suoni di voci o schemi musicali sono componenti importanti dell’esperienza umana giornaliera e sono essenziali per la normale comunicazione, “eppure – spiega Margoliash – sappiamo ben poco di come questi ricordi si formano nel cervello e di come vengono riutilizzati”.
I canti degli uccelli costituiscono un ottimo banco di studio: gli esperti sono spesso in grado di riconoscere moltissime specie di uccelli soltanto dal loro richiamo. E per gli animali riconoscere correttamente i canti, spesso fino al punto di identificare i singoli esemplari, è essenziale per il successo dell’accoppiamento.
Il principale autore dello studio, il biologo Timothy Gentner, ha avuto l’idea di studiare questa capacità addestrando in laboratorio alcuni uccelli a riconoscere canti specifici. Gli uccelli sono stati addestrati a premere differenti bottoni su un piccolo pannello metallico a seconda del canto che veniva fatto loro udire. In caso di risposta corretta, gli animali venivano premiati con del cibo. I risultati suggeriscono che gli storni imparano a riconoscere i diversi canti dai singoli pezzi (“motivi”) che li formano. Anche uno o due motivi familiari all’interno di un canto altrimenti sconosciuto erano sufficienti a innescare il riconoscimento.
Per esaminare i meccanismi neurali coinvolti con la memoria uditiva, Gentner e Margoliash hanno poi misurato gli impulsi elettrici dai singoli neuroni nell’area uditiva del cervello, nota come cmHV, quando agli uccelli veniva fatto ascoltare un canto ben noto, un canto del tutto nuovo o un suono sintetico come rumore bianco. Come popolazione, le cellule del cervello rispondevano in modo più forte ai canti che gli uccelli avevano già imparato a riconoscere. Singolarmente, la maggioranza dei neuroni rispondeva ciascuno a un solo canto, e quasi tutti (il 93 per cento) rispondevano a un motivo che faceva parte dei canti già appresi.



26.05.2003
Memoria per la musica
I musicisti ricordano meglio i nuovi brani se li ascoltano mentre li stanno imparando 

Un nuovo studio afferma che i musicisti che ascoltano la musica che stanno suonando mentre imparano un nuovo pezzo, ricordano in seguito meglio il brano. Ma dopo che l’hanno imparato, ascoltare la musica mentre la suonano di nuovo non serve ad aumentare l’accuratezza della loro prestazione.
Secondo Caroline Palmer, docente di psicologia alla Ohio State University e co-autrice dello studio, questi risultati gettano nuova luce sul modo in cui funziona la memoria e sulle teorie dell’apprendimento. In particolare, Palmer afferma che la scoperta mette in dubbio le teorie che sostengono che la memoria funziona meglio quando le condizioni durante l’apprendimento e quelle durante il richiamo delle informazioni sono simili.
Secondo queste teorie, per esempio, i musicisti che ascoltano la musica mentre la imparano dovrebbero ricordarla meglio se ascoltano la propria esecuzione quando poi la suonano. E coloro che non la ascoltano mentre imparano dovrebbero ricordare meglio il brano se non lo ascoltano quando lo suonano più tardi. Invece non è così.
“Abbiamo scoperto - spiega Palmer - che i musicisti ricordavano meglio i brani musicali se li ascoltavano durante il loro apprendimento, a prescindere dal fatto se li ascoltavano quando più tardi li eseguivano di nuovo. Che le condizioni durante l’apprendimento e il richiamo fossero uguali o meno, non aveva nessuna importanza”.
L’esperimento, che ha riguardato 16 pianisti adulti esperti, è stato condotto da Palmer insieme al collega Steven Finney. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Memory and Cognition”.



16.04.2003
Uccelli affamati e richiami d’amore
Il repertorio canoro dei maschi dipende dalla qualità della vita trascorsa 

Un gruppo di biologi dell’Università di Cardiff, in Galles, ha osservato che se gli uccelli giovani soffrono spesso la fame, crescendo rischiano di non essere in grado di produrre richiami d’amore soddisfacenti, mettendo così a repentaglio la propria possibilità di riprodursi.
Le femmine, quando devono scegliere un compagno, guardano spesso a un piumaggio stravagante o al colore brillante del becco. Questo perché si tratta di caratteristiche che rivelano il vigore e la salute del maschio. Ma anche il canto svolge un ruolo importante, anche se i ricercatori non hanno ancora compreso come l’abilità musicale possa rispecchiare la salute dell’uccello. Una possibile spiegazione, la cosiddetta ipotesi dello stress nutrizionale, afferma che i maschi che soffrono spesso la fame all’inizio della loro vita, quando cioè si sviluppano le strutture del cervello associate con il canto, finiscono con cantare in modo scadente. Le femmine che cercano il miglior compagno, dunque, farebbero bene a evitare i maschi con un pessimo repertorio canoro.
Per verificare questa teoria, Kate Buchanan e colleghi hanno allevato 48 storni europei maschi e femmine. Metà degli uccelli sono stati nutriti a volontà, mentre agli altri per 80 giorni è stato dato il cibo a intervalli irregolari, a cominciare da un mese dopo la nascita. Nove mesi dopo, i maschi che avevano sperimentato lo stress nutrizionale passavano meno tempo a cantare e producevano anche richiami più corti e ripetitivi.
I ricercatori hanno osservato che una scarsa alimentazione influisce anche su altri aspetti della salute degli uccelli. Gli animali stressati producevano meno anticorpi quando si trattava di combattere cellule di sangue alieno a loro iniettate. Altre caratteristiche della risposta immunitaria, però, erano normali, così come i livelli ormonali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Proceedings of the Royal Society”.



Uccelli
Altri articoli
05.04.2003
Le folaghe sanno contare
Gli uccelli di palude riescono a riconoscere e a tenere il conto delle proprie uova 

Un nuovo studio mostra come le folaghe, comuni uccelli di palude, siano in grado di riconoscere e di contare le proprie uova, anche se nel nido sono presenti uova depositate da altri uccelli.
Questa abilità delle folaghe femmine, secondo il biologo Bruce Lyon dell’Università della California di Santa Cruz, fa parte di un sofisticato sistema di meccanismi di difesa usato per impedire ad altre folaghe di depositare le uova nei nidi dei vicini. Lyon ha studiato centinaia di nidi nella Columbia Britannica nel corso di quattro anni. Le sue scoperte sono state ora pubblicate in un articolo sul numero del 3 aprile della rivista “Nature”.
“La capacità delle femmine di contare solo le proprie uova, pur frammiste a quelle di altre, è notevole - scrive Lyon - e fornisce un raro e convincente esempio dell’abilità di conteggio in un animale selvatico”.
La folaga in America è considerata il prototipo dell’animale “stupido”. Forse questa ricerca servirà a riscattarla dalla sua brutta reputazione.



23.07.2002
Uccelli e igiene del nido
Le femmine riescono a preservare la nidiata anche grazie alle sensazioni olfattive 

Alcuni uccelli intessono nei loro nidi piante aromatiche per mantenere i loro nidi freschi e liberi da insetti e agenti patogeni vari, che potrebbero mettere in pericolo la nidiata. Questo comportamento è stato osservato nelle cinciallegre blu che vivono in Corsica. La femmina di questi uccelli inizia a raccogliere lavanda, curry, menta ed altre piante aromatiche poco dopo aver deposto le uova e continua a farlo fino a quando i piccoli non abbandonano il nido. La scoperta è stata descritta sulla rivista "Ecology Letters".
"Si comportano - ha spiegato Marcel Lambrechts, del Centre d'Ecologie fonctionelle et évolutive de Montpellier - come dei veri esperti di botanica e compiono un lavoro fantastico nello sfruttare il loro ambiente per proteggere i piccoli."
Gli uccelli fanno una miscela di 10 piante aromatiche, scelte fra le 250 che vivono nel loro ambiente. Molte delle sostanze contenute in queste piante tengono alla larga batteri, virus, parassiti, funghi ed insetti. I ricercatori hanno provato a rimuovere le piante aromatiche da 64 nidi e hanno poi nascosto sotto di essi una scatola, a volte vuota e a volte piena di erbe aromatiche. Nelle prime 24 ore, solo gli uccelli con le scatole vuote hanno ripristinato la scorta di erbe dei loro nidi, ma dopo 48 ore, anche l'altra metà degli uccelli ha iniziato il raccolto, man mano che l'odore delle piante scompariva.
"Questa prova sul campo mostra direttamente che gli uccelli stanno prestando attenzione agli indizi olfattivi," dice Larry Clark, che studia un simile comportamento in alcune specie di uccelli presso National Wildlife Research Center di Fort Collins in Colorado.



 09.04.2002
Il tempo di deporre
Le cinciarelle sembrano in grado di valutare il momento di massima disponibilità di cibo per i piccoli 

Per molti uccelli il tempismo nel deporre le uova è essenziale, perché esse si Per molti uccelli il tempismo nel deporre le uova è essenziale, poiché esse devono schiudersi durante la breve abbondanza primaverile di cibo. Ora un nuovo studio ha mostrato che alcuni uccelli decidono quando è il momento giusto in base all'esperienza accumulata l'anno precedente. La scoperta implica che questi uccelli sono in grado di adattarsi più facilmente agli eventuali cambiamenti climatici indotti dal riscaldamento globale.
Ogni anno, man mano che le querce europee si ricoprono di foglie, i bruchi escono dalle loro uova e divorano il fogliame. Le due settimane di abbondanza dei bruchi forniscono alla cinciarella il cibo necessario per soddisfare i bisogni di una nidiata. Gli uccelli usano probabilmente molti indicatori, come la durata del giorno, per capire che la primavera è in arrivo, ma alcuni ricercatori hanno suggerito che anche l'esperienza possa svolgere un ruolo importante. Gli uccelli che un anno si riproducono troppo tardi o troppo presto possono imparare dal loro errore e migliorare il loro tempismo.
Fabrizio Grieco, ricercatore del Center for Terrestrial Ecology di Heteren, in Olanda, ha tenuto sotto controllo per due anni consecutivi, insieme ad alcuni colleghi, varie coppie di cinciarelle mentre si riproducevano in scatole appositamente allestite. Il primo anno gli uccelli hanno la tendenza a riprodursi più tardi del picco di popolazione dei bruchi, per poi anticipare l'anno successivo. I ricercatori hanno rifornito alcune coppie con razioni supplementari di bruchi e vermi. I risultati, pubblicati sulla rivista "Science", hanno mostrato che queste coppie non solo non hanno anticipato la riproduzione, l'anno successivo, ma l'hanno addirittura ritardata. Forse, hanno suggerito i ricercatori, il supplemento di cibo del primo anno ha fatto pensare agli animali che nel secondo il massimo dell'abbondanza si sarebbe presentato più tardi.



23.04.2001
Sacrifici ornitologici
Gli uccelli prendono in considerazione due fattori, per portare il cibo al nido in presenza di un predatore: il numero dei piccoli e la probabilità di sopravvivere all'incontro
 
Gli uccelli, a differenza della maggior parte dei mammiferi, a volte sono disposti a sacrificare la propria prole per salvarsi, magari per riprodursi ancora. Ora un gruppo di ricercatori dell'Università della California, a Riverside, e del Geological Survey di Missoula, in Montana, ha riferito in un articolo sul numero del 20 aprile di «Science» che gli uccelli prendono in considerazione due fattori, quando decidono se portare o meno il cibo al nido in presenza di un predatore: il numero dei loro piccoli e la probabilità di sopravvivere all'incontro.
I ricercatori hanno notato che gli uccelli dell'emisfero settentrionale tendono a deporre più uova, rispetto a specie simili dell'emisfero meridionale. Essi hanno poi esaminato se il numero di uova influenza il comportamento degli animali e, in particolare, la loro voglia di tornare al nido per nutrire i loro piccoli in presenza di un predatore. Gli scienziati hanno confrontato le reazioni di cinque specie di uccelli argentini e dei loro più vicini parenti in Arizona. Per ciascuna specie, essi hanno verificato le reazioni degli uccelli a registrazioni dei richiami di diversi predatori. Si è visto così che gli uccelli in Argentina tendono a preoccuparsi più della loro stessa salute, rispetto a quelli dell'Arizona. Molto probabilmente, questo avviene perché gli uccelli dell'emisfero settentrionale hanno meno probabilità di sopravvivere all'inverso e quindi fanno tutto il possibile per salvare la loro prole. Gli uccelli argentini invece depongono meno uova, ma si riproducono più spesso, per cui valutano più preziosa la propria sopravvivenza.


04.04.2001
Prestazioni di volo
Il nuovo studio è parte di un programma ancora in corso per studiare la fisiologia e l'ecologia di questi uccelli 

Un nuovo studio sulle prestazioni di volo degli albatros rivela differenze sostanziali fra maschi e femmine, e mostra come queste differenze possano influenzare le scelte degli animali riguardo a dove vanno a cercare il cibo.
Pochi studi sulle prestazioni di volo negli uccelli hanno cercato differenze fra maschi e femmine. Il dimorfismo sessuale negli uccelli viene di solito studiato in relazione ai comportamenti riproduttivi, ma negli albatros sembra influenzare gli schemi di volo, secondo uno studio compiuto da Scott Shaffer, dell'Università della California, e pubblicato su «Biology».
Gli albatros vaganti sono stati spesso ammirati come maestri del volo a vela. Essi spendono la maggior parte della loro vita in mare aperto, usando i venti per compiere lunghissimi viaggi in cerca di cibo. Il nuovo studio è parte di un programma ancora in corso per studiare la fisiologia e l'ecologia di questi uccelli.
Da un luogo dove gli albatros si riproducono, sull'isola di Crozet, Shaffer ha compiuto accurate misurazioni delle dimensioni corporee, dell'apertura alare e della superficie alare di 56 uccelli, fra cui giovani e adulti di entrambi i sessi, trovando differenze morfologiche significative. In media i maschi sono più pesanti delle femmine e hanno ali più lunghe, con una superficie maggiore. Analizzando i dati in termini di prestazioni di volo, si è trovato che il carico alare è notevolmente superiore nei maschi che nelle femmine. Queste differenze trovano riscontro nelle differenti condizioni del vento di dove gli animali di diversa età e sesso vanno a cercare il loro cibo. Il maggiore carico alare dei maschi fa sì che essi abbiano bisogno di venti più forti per continuare a stare in aria senza sbattere le ali. È proprio questo il problema degli albatros, che sono perfettamente adattati per il volo a vela, ma spendono enormi quantità di energia per sbattere le ali. Così, mentre i maschi tendono a dirigersi verso le zone antartiche e subantartiche, le femmine puntano invece verso nord, nelle fasce subtropicali, più calde e tranquille.  



16.01.2001
L’orientamento degli uccelli dell’Artico
I pivieri tendono a curvare verso Sud nelle rotte verso Oriente

Seguire il Sole: una tecnica di navigazione approssimativa ma che funziona egregiamente per gli uccelli dell’Artico. Usando il Sole per orientarsi, infatti, i pennuti che vivono nella tundra seguono approssimativamente traiettorie simili alle «grandi rotte circolari» usate da aeroplani e navi per rendere minima la distanza tra due punti sulla superficie della Terra.
Gli uccelli infatti possono viaggiare per migliaia di chilometri e arrivare nei luoghi di accoppiamento e svernamento con una precisione sorprendente. Per decenni i biologi hanno investigato su questa capacità, arrivando alla conclusione che la direzione da prendere viene stabilita utilizzando come punti di riferimento le stelle, il Sole, la terraferma e il campo geomagnetico.
Ma, compreso il principio, non si riesce a spiegare per quale motivo alcuni uccelli dell’Artico curvino verso Sud quando volano verso Oriente.
Così un gruppo di ornitologi guidati da Thomas Alerstam della Università di Lund, in Svezia, hanno usato un radar piazzato su una nave rompighiaccio canadese per misurare la direzione delle migrazioni degli uccelli.
Alerstam e i suoi colleghi hanno disegnato le rotte seguite dai pivieri duranti il volo verso est. Escludendo gli altri metodi di orientamento, i ricercatori hanno concluso – secondo quanto riportato su «Science» – che gli uccelli usano un «compasso solare». I loro orologi interni, infatti, non possono tenere conto del loro movimento perenne, e si sfasano rispetto al tempo locale. Quando volano verso est, il Sole si allontana dietro di loro, sul lato destro. Poiché gli uccelli tendono a girare intorno al riferimento dato dal Sole, la traiettoria risultante è curvata verso Sud. Ma questo errore fortuito permette agli uccelli di volare lungo traiettorie che rendono minima la distanza percorsa tra due punti e consente un notevole risparmio di energia.
«Lo studio – ha commentato Sidney Gauthreaux della Clemson University in South Carolina – rappresenta un notevole passo in avanti per le nostre conoscenze, che si aggiunge a quelli ottenuti in laboratorio.»



11.01.2001
Le origini degli uccelli
Il nuovo fossile potrebbe indicare l'esistenza di un antenato comune a tutti gli uccelli esistenti

È stato battezzato con il nome scientifico di Apsaravis ukhaana il fossile di circa 80 milioni di anni ritrovato nella località di Ukhaa Tolgod, nel Deserto del Gobi, nella Mongolia meridionale, da una spedizione finanziata dall’American Museum of Natural History di New York e dall'Accademia delle scienze mongola.
Il reperto, costituito dai resti molto ben conservati di un uccello delle dimensioni di un piccione, è descritto diffusamente un articolo apparso sull’ultimo numero della rivista «Nature». Analizzato da Julia Clarke, paleontologa della Yale University, e da Mark Norell, direttore della Divisione di paleontologia dell’American Museum of Natural History, il fossile ha permesso di formulare interessanti ipotesi sugli antenati degli attuali uccelli.
«Tutti gli uccelli esistenti – ha spiegato la Clarke – hanno un antenato comune. Questo fossile è appena al di fuori dal gruppo che include praticamente tutti i discendenti di questo antenato. Inoltre, è il reperto meglio conservato degli ultimi cento anni.»
Risale infatti a un secolo fa il ritrovamento dei resti fossilizzati di un Ichthyornis, il parente più prossimo degli uccelli viventi, ora conservato presso il Peabody Museum of Natural History di Yale.
Secondo i ricercatori, l’Apsaravis ukhaana fossile permette di confutare l’opinione secondo la quale gli orniturini, i parenti più prossimi degli uccelli esistenti, popolavano solo le zone costiere, mentre le regioni più interne erano dominate dagli enantiorniti, che si estinsero alla fine del Cretaceo, 65 milioni di anni fa. I resti degli enantiorniti infatti sono relativamente abbondanti nei depositi terrestri risalenti al Mesozoico.
«La nostra scoperta – conclude Norell – suggerisce che non c’è ragione di credere che ci fosse popolazione delle sole zone costiere. Ora abbiamo una prova che un antenato degli uccelli attuali viveva in una zona continentale. Inoltre, si aprono nuove prospettive per lo studio dell’origine del volo. Il nuovo fossile presenta, in un osso della zampa, le caratteristiche che indicano la disposizione dei muscoli responsabili dei movimenti necessari per il colpo d’ala.»



 novembre 2000
Altro che cervello di gallina!
Giorgio Vallortigara, Lucia Regolin, Luca Tommasi, Paolo Zucca 

«Bipedi dalle sofisticate abilità intellettive.» Questa definizione potrebbe in futuro non venire di necessità riferita all’uomo, ma anche, fatte salve le dovute proporzioni, alla gallina e agli uccelli in generale.
In passato, infatti, le capacità intellettive degli uccelli sarebbero state grossolanamente sottostimate. Basti considerare solo alcune tra le sorprendenti imprese che un pulcino può compiere non appena uscito dall’uovo. Esso è in grado di emettere per lo meno 15 diversi tipi di richiamo e costantemente impara e memorizza informazioni riguardanti il mondo circostante, per potersene avvalere come guida al proprio comportamento.
Il pulcino è in grado di memorizzare gli eventi esterni mentre si trova ancora all’interno dell’uovo. Non appena uscito dall’uovo, apprende con sorprendente rapidità anche le caratteristiche visive della chioccia. Il fenomeno, noto come imprinting filiale, determina lo sviluppo di un attaccamento affettivo al primo oggetto cospicuo presente nel campo visivo dopo la schiusa. Grazie all’imprinting, il pulcino impara anche a riconoscere i propri fratelli.
Nell’italiano corrente, cervello di gallina è un insulto, eppure gli studiosi di psicologia comparata hanno osservato che gli uccelli esibiscono comportamenti complessi. Per esempio, noi esseri umani non vediamo solo i frammenti di un oggetto quando questo è in parte nascosto dietro un altro oggetto, ma siamo in grado di riconoscere l’oggetto a partire dalle sole parti che rimangono visibili. Nei nostri laboratori abbiamo condotto esperimenti che dimostrerebbero che pulcini di pochi giorni di vita sono in grado di riconoscere un oggetto familiare anche parzialmente nascosto. Il neonato umano è, da questo punto di vista, molto meno abile del pulcino, perché il pulcino ha a disposizione immediatamente dopo la schiusa un repertorio comportamentale che lo mette in grado di sopravvivere, nutrirsi e spostarsi nel suo mondo in modo quasi completamente autonomo. Il neonato umano, invece, non trarrebbe alcun vantaggio dalla maturazione troppo precoce di abilità quali il riconoscimento di oggetti parzialmente occultati.
Gli uccelli, come i mammiferi, possiedono un cervello asimmetrico. I meccanismi cellulari alla base dell’apprendimento sembrano i medesimi. D’altra parte il cervello degli uccelli è differente per molti aspetti da quello dei mammiferi. Ma proprio per tali differenze, lo studio del cervello e della cognizione degli uccelli può aiutarci a svelare il modo in cui il tessuto nervoso opera per produrre il comportamento intelligente.
Stiamo cercando di capire che cosa sia possibile fare con un cervello che presenta un’architettura tanto diversa. È evidente che gli uccelli non sono menomati cognitivamente. Anzi, per alcuni aspetti le loro prestazioni sembrano migliori di quelle raggiungibili dai mammiferi. Juan Delius, dell’Università di Costanza, ha dimostrato che i colombi sono più veloci degli studenti universitari nel riconoscimento di immagini ruotate. Probabilmente ci sono aspetti della cognizione in cui gli uccelli sono svantaggiati, ma al momento non è chiaro quali possano essere. Di sicuro, «cervello di gallina» difficilmente può ancora essere accreditato come un insulto…



24.01.2000
Puntuale il rapporto annuale di Worldwatch
Il Pianeta è ammalato, si richiedono interventi urgenti

È diventato uno degli appuntamenti più attesi, sia dagli ambientalisti di professione che dai comuni cittadini che hanno a cuore il futuro del nostro pianeta: è il rapporto annuale del Worldwatch Institute, che puntualmente propone un resoconto sulla «salute del Mondo».
La globalizzazione di economia e politica, l’omogeneizzazione culturale accelerata dai mass media e da Internet rendono solo più evidente quello che gli ecologi hanno sempre sostenuto, che la Terra è un solo grande sistema in cui i problemi vanno sempre più affrontati a livello globale.
Lester Brown, presidente dell’istituto americano, ci ha abituati a prestare attenzione ai nessi tra scienza e politica: «senza un’azione dei governi, l’uomo dovrà affrontare un futuro in cui il continuo peggioramento delle condizioni ambientali porterà, quasi certamente, al declino economico».
Naturalmente il rapporto entra nel dettaglio dei problemi ed è ricco di dati. Si sente parlare spesso di biodiversità a rischio, ma la freddezza delle cifre ha il paradossale effetto di accrescere l’impatto emotivo: il 25 per cento delle specie di mammiferi è minacciata di estinzione, così come l’11 per cento degli uccelli e il 34 per cento dei pesci.
Una delle cause fondamentali del problema è la rapida variazione climatica, diretta conseguenza delle attività produttive e dunque delle decisioni prese nelle sedi politiche. La seconda sfida da affrontare è il controllo di un aumento demografico finora ininterrotto, che ha portato la popolazione della Terra a raggiungere i 6 miliardi pochi mesi fa e a proiettarsi verso i 9 miliardi tra un altro mezzo secolo, fortemente concentrati nei paesi in via di sviluppo.
Lo scenario tratteggiato da «State of the World 2000» ricorda certi film di genere catastrofico, con esseri umani affollati su un pianeta sempre più piccolo e caldo, tra uragani devastanti e il livello crescente degli oceani a sommergere pianure e città.
È comunque evidente che l’intento del Worldwatch Institute non è di suscitare allarmismo, ma di sensibilizzare la classe politica. Lester Brown non esita a proporre soluzioni. Viene presa per esempio la «carbon tax» introdotta recentemente dal governo tedesco per chiedere l’applicazione di riforme fiscali che aumentino la tassazione sull’impiego di fonti energetiche particolarmente inquinanti, come carbone e petrolio, allo scopo di favorire l’introduzione di energie pulite.

Renato Torlaschi



24.03.2001
L'inganno del cuculo
Il cuculo dal petto rosso depone le sue uova nei nidi di 22 specie di uccelli diverse

Il cuculo è solito frodare altri uccelli, nei cui nidi depongono le uova lasciandogli l'incombenza di allevare i propri piccoli. Gli scienziati si sono chiesti a lungo come mai solo pochi di questi genitori adottivi eliminano le uova degli intrusi, che spesso sembrano molto diverse dalle loro. Un nuovo studio mostra che le uova sono in realtà molto simili, a patto di guardarle con gli occhi degli uccelli, sfruttando cioè anche la radiazione ultravioletta.
Gli ornitologi Michael Cherry, dell'Università di Stellenbosch, in Sud Africa, e Andrew Bennett, dell'Università di Bristol, in Inghilterra, il cuculo dal petto rosso, un uccello africano che depone le sue uova nei nidi di 22 specie di uccelli diverse. Nel loro studio, pubblicato sui «Proceedings of the Royal Society», i ricercatori hanno studiato le uova del cuculo e delle specie parassitate utilizzando le collezioni dei musei. Anche se all'apparenza le uova erano molto diverse, l'analisi con uno spettrometro a riflessione in grado di osservare anche la luce ultravioletta ha permesso di scoprire delle somiglianze che l'occhio umano non percepisce.