Giulia e Carlo Tancredi Falletti di Barolo

Lei, una francese di Vandea discendente di Jean Baptiste di Maulévrier il ministro delle finanze del re Sole, lui ultimo erede di una delle famiglie più ricche d’Europa. La Chiesa ha avviato su di loro i processi di beatificazione.
Juliette Françoise Victurnie nasce il 26 giugno nel castello di Maulévrier dal conte Edouard Victurnien Charles René Colbert e dalla contessa Anne Marie Louise de Crénolle.
Carlo Tancredi nasce il 26 ottobre 1782 a Torino da Ottavio Alessandro e da Paolina d’Oncieu che vivevano nel loro bellissimo palazzo di via delle Orfane.

Serena l’infanzia di Carlo Tancredi, dolorosa e pesante quella di Giulia che vide gli orrori della rivoluzione francese. I giacobini ghigliottinarono alcuni suoi parenti e provvidero al genocidio nella sua terra. Nei giorni del grande Terrore il marchese di Maulévrier viene perseguitato e con lui la sua famiglia: sua madre, una sorella ed altri parenti sono condannati a morte e vengono ghigliottinati. Episodi questi che resteranno per sempre impressi nella memoria di Giulia e che non riuscirà mai a cancellare, come non dimenticherà più la sua Vandea, dalla quale ha appreso la tenacia, la resistenza e la fortezza. Intanto i beni dei Colbert vengono confiscati e l’intera famiglia è costretta ad allontanarsi dalla Francia perché bersaglio delle ire politiche.

Il celebre capo vandeano Stofflet, guardiacaccia del marchese Colbert, con i suoi compagni del movimento controrivoluzionario, che univa contadini, aristocratici e preti refrattari «per Dio e per il Re» contro la Repubblica, diffonde un proclama che recita così:
«Rendeteci i nostri sacri Pastori, che sono gli amici e i padri nostri, che dividono con noi le sventure e le pene, che ci aiutano a sopportarle colla parola e con l’esempio. Rendeteci il libero esercizio della religione de’ nostri maggiore per la conservazione della quale sapremo versare fino all’ultima goccia del nostro sangue». Da Parigi arriva l’ordine di sterminarli. Quando tutto è cenere vengono raccolti anziani, bambini, malati, che hanno assistito alle atroci morti dei congiunti, e vengono fucilati.
Giulia rimane orfana di madre a soli 7 anni e dopo molti anni così la rievocherà nelle sue Memorie: «Che il sorriso di tale stella sia quello d’una delle persone dilette, cui la Provvidenza ha chiamato alla vita prima di noi? Forse quello di mia madre? Non ho avuto la consolazione di conoscerla, eppure l’ho rimpianta sempre, dacché il cuor mio si è schiuso all’amore».

 A 18 anni Carlo Tancredi è nominato paggio imperiale e sarà Napoleone Bonaparte, a combinare il matrimonio del giovane Tancredi con la damigella di corte Giulia Colbert. Mediatore di questa unione fu il principe Camillo Borghese: le strategie matrimoniali erano considerate attentamente dalla diplomazia bonapartista con lo scopo di conquistarsi la simpatia delle famiglie potenti e facoltose. Quell’unione, comunque, risulterà eccezionale.

Giulia Colbert e Tancredi di Barolo s’incontrano spesso nei salotti aristocratici e alla Corte imperiale, scoprendosi varie affinità: cultura vasta e profonda, sensibilità e disponibilità sociale, fede religiosa radicata e operosa. Opposte e complementari le loro personalità: lei vulcanica, impulsiva, ostinata, lui riflessivo, ponderato e calmo.

Il matrimonio viene celebrato a Parigi il 18 agosto 1807.
A Parigi i giovani Barolo continuano a frequentare gli ambienti nobiliari e allo stesso tempo si accostano alle istituzioni sociali di beneficenza. Ma i loro sentimenti e i loro progetti sono proiettati in Italia e a Torino, città che li vedrà protagonisti fra le sue vie più squallide.
 
Nel 1814 la battaglia di Lipsia fa cadere l’Impero napoleonico e re Vittorio Emanuele I, come gli altri sovrani spodestati, rientra nella sua capitale, Torino. I Barolo si stabiliscono così definitivamente nel loro magnifico palazzo di via delle Orfane. Qui Giulia inizia a conoscere la sua nuova patria, di cui apprende la storia, le abitudini e anche il dialetto, che vuole subito parlare per cercare e trovare un contatto con la gente più umile. Si fa torinese. E riscuote grandi simpatie per la semplicità del tatto, l’operosa carità, la conversazione piacevole e brillante.

Giulia e Carlo Tancredi non possono avere figli, ma decidono di adottare come tali i poveri di Torino.
Viaggiano molto, in tutta Italia e all’estero. Giulia ammira luoghi, paesaggi, città, incontra persone, resta incantata di fronte alle bellezze dell’arte, visita carceri, istituzioni sociali ed educative. Entrambi osservano attenti realtà ed esperienze, problemi sociali e varietà di soluzioni. Nascono da questi esami stimoli ed orientamenti per iniziative da realizzare a Torino, una città che ha davvero bisogno di essere soccorsa. La capitale subalpina, che si sta industrializzando, è diventata infatti un bacino che raccoglie gli immigrati dalle campagne in cerca di lavoro, in cerca di fortuna, ma saranno moltissimi a trovare la miseria, l’abbrutimento, la morte (la delinquenza si svilupperà in gran misura e omicidi e infanticidi saranno all’ordine del giorno).

A salvare questa Torino malata saranno loro, i santi sociali, dal Cottolengo al Cafasso, da don Bosco al Faà di Bruno e fra questi anche la coppia Carlo Tancredi e Giulia di Barolo.
Nel dicembre 1827 il conte Luigi Francesetti di Mezzenile esprimeva ai membri della Camera di Agricoltura e Commercio della capitale il proprio fastidio nei confronti dei poveri e dei mendicanti diffusi un po’ ovunque sulle strade di Torino:
«Siamo circondati, siamo giornalmente assediati dagli accattoni; e tale è il loro numero che, anche nella supposizione che tutti fossero veramente poveri e non viziosi, non sarebbe però possibile di avere né mezzi né il tempo di fermarsi con tutti, e di soccorrerli tutti. Ond’è che siamo costretti a proseguire il nostro cammino senza badare né alle loro lagrime né ai loro più commoventi scongiuri, che pure, in teoria, non dovrebbero mai ferire indarno l’orecchio di un uomo qualunque, e particolarmente poi l’orecchio di un cristiano».

Invece i marchesi di Barolo vogliono proprio circondarsi di reietti, aprendosi alla forma di carità più autentica: l’amore. Puntano sulla promozione umana non con la sufficienza dei filantropi o con l’atteggiamento paternalistico di molti aristocratici del tempo.
Se di sera Palazzo Barolo apre le proprie porte per accogliere l’élite di Torino a livello culturale, economico, politico (fra cui Cesare Balbo, il conte di Cavour, i marchesi di Saluzzo, il maresciallo de la Tour, i nunzi pontifici Gizzi, Antonucci, Roberti; gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Austria, Toscana, Spagna; i signori de Lamartine, de Maistre, Rendu), di giorno lo stesso Palazzo offre il pasto a ben duecento poveri.

Se si dovesse eleggere un patrono dei sindaci, questo dovrebbe essere il marchese Tancredi di Barolo che si rivela a Torino un ottimo amministratore civico. Nel 1825 fonda, a sue spese, l’Asilo Barolo, fra i primi esempi in Italia di istituzione organizzata come scuola infantile: raccoglieva i bambini di madri operaie, altrimenti abbandonati per le vie. Nel freddissimo inverno di quell’anno fa distribuire seimila razioni di legna ai poveri. Membro del corpo amministrativo municipale (decurione), segretario della deputazione del Consiglio Generale per l’Istruzione Pubblica e consigliere di Stato di re Carlo Alberto, si dedica in modo particolare all’istruzione e alla formazione professionale dei figli dei diseredati.
Nel 1834, in accordo con l’amata consorte, fonda la congregazione delle Suore di Sant’Anna per assicurare una presenza educativa qualificata nell’asilo Barolo: un’istituzione voluta da laici, un fatto assai raro nella storia degli ordini religiosi.

L’istruzione alla gioventù era lo scopo principale del marchese, indirizzata in particolare alla piccola borghesia e a quella disagiata. Fondò anche una scuola di pittura e scultura a Varallo.
Nelle istituzioni scolastiche promosse dai marchesi ricordiamo ancora la Scuola di Borgo Dora, il collegio Barolo, le Oblate di Santa Maria Maddalena, per la cura delle malate dell’Ospedaletto, le Suore di San Giuseppe, chiamate da Chambery alla scuola di Borgo Dora e alla direzione del Rifugio, e le Dame del Sacro Cuore per l’educazione delle figlie dei nobili e dei borghesi.
Il marchese promuove grandi opere urbane per fare di Torino una città più funzionale e più salubre: fa costruire giardini, fontane con acqua potabile, migliorando anche l’illuminazione cittadina. Di tasca propria finanzia –unica condizione gli fosse riservato un posto per la sua sepoltura – la costruzione del Cimitero Generale della città.

Nel 1827 istituisce la prima Cassa di Risparmio torinese per i piccoli risparmiatori: domestiche, commercianti, artigiani…
Nell’estate del 1835 il colera dopo aver toccato più città d’Europa, giunge tragicamente a Torino. Giulia e Carlo Tancredi si prodigano per l’assistenza ai malati esponendosi ai rischi di contagio. Per l’eroico servizio ai colerosi Giulia riceve la medaglia d’oro dal Governo e il consorte, la cui salute è purtroppo minata irreparabilmente, viene insignito della Commenda dei santi Maurizio e Lazzaro. A causa delle debole salute di Tancredi, i medici consigliano i coniugi Barolo di intraprendere un viaggio per raggiungere il Tirolo. Ma, arrivati a Verona, si devono fermare perché il marchese è colpito da una violenta febbre. Ripresa la via del ritorno giungono in una povera locanda di Chiari, in provincia di Brescia: Tancredi, sotto gli occhi dell’amata, muore. È il 4 settembre 1838.

Lascia scritto Cavour: «Giulietta in queste dolorose circostanze ha dispiegato quella forza d’animo che è una delle sue più preziose qualità… Al confine i nostri stupidi gendarmi le hanno fatto ogni sorta di difficoltà per lasciare entrare i resti di suo marito che dovrebbero essere sacri a tutti i piemontesi perché egli era un grande e ammirabile cittadino».

 Erede universale dell’immenso patrimonio è Giulia. Lascia infatti scritto nel testamento il marchese di Barolo:
«Nomino erede universale la marchesa Giulietta Francesca Falletti di Barolo nata Colbert, mia dilettissima consorte, e ciò in pegno del profondo affetto che io ho sempre nutrito per lei, e della mia alta stima ed ammirazione per le sue virtù, volendo così porla in grado di proseguire l’esercizio a maggior gloria di nostra santa religione, a beneficio dei miei concittadini ed a suffragio dell’anima mia… Penso con somma soddisfazione che ella farà certamente delle mie sostanze quel buon uso che è da lungo tempo scopo dei nostri comuni e incessanti desideri». E così sarà.
La marchesa, già in vita chiamata «Madre dei poveri», fedele al suo motto «Gloria a Dio, bene al prossimo, croce a noi», proseguì nell’opera intrapresa insieme al marito e diede un grande contributo alla riforma carceraria, avvalendosi della sua posizione di prestigio e delle sue amicizie, a partire da re Carlo Alberto. Si prodigò per la promozione della donna e per la difesa della fede cattolica nella Torino risorgimentale.

Fondò il monastero di clausura delle Maddalene, l’ospedale di Santa Filomena per le bambine disabili; ospitò nel suo palazzo le Famiglie di operaie.

Immensa fu la sua opera di soccorso per le carcerate. La missione su vasta scala che la Barolo intraprese con spirito combattivo e di scontro diretto contro la miseria e lo squallore della vita carceraria fu il frutto di due forti istanze. La prima derivò dal contatto quotidiano con situazioni di estrema povertà e precarietà di tanti reietti, vittime dell’ignoranza e del sistema economico-sociale. La seconda provenne da un’ispirazione interiore. La domenica in Albis, l’ottavo giorno dopo Pasqua del 1814, mentre Giulia percorre via San Domenico: «m’abbattei», racconta nelle Memorie, «nell’accompagnamento del Viatico, che veniva portato dalla parrocchia di Sant’Agostino agli ammalati, i quali non possono andare in chiesa a far le devozioni. Io m’inginocchiai». Fu allora che il grido disperato di un condannato delle carceri Senatorie di quella via la fa trasalire: «Non il viatico vorrei, la zuppa». Quel grido fu un richiamo irresistibile per Giulia. Entra in quella prigione. La sconvolgono le condizioni dei detenuti e decide di ritornare. Così inizia la sua attività in favore dei reclusi, senza limitarsi al Piemonte. Studia a fondo la situazione visitando diverse prigioni in Francia e in Inghilterra, dove ha modo di conoscere Elisabeth Fry, studiosa della questione carceraria, nel penitenziario di Negate.

Giulia comprende che la punizione non è inflitta in modo da produrre un recupero, un reinserimento del soggetto nella società: le carceri, così come sono all’epoca, non servono né a punire giustamente, né a redimere. Servono a corrompere ancor più. Edifici malsani e maleodoranti, ozio, abbandono, malattia, alcolismo, durezza, complicità e corruzione degli stessi carcerieri malpagati, favoriscono il malcostume e la deviazione irrecuperabile dei prigionieri. Scrive Giulia: «Si agisca dunque sempre per mezzo della carità, che si parli con carità, che si consigli, si punisca, si ricompensi, si faccia in modo che la carità intenerisca quei cuori induriti» e ancora: «So di molte prigioni, in cui sono in vigore i regolamenti più severi, dove i medesimi vengono applicati più severamente ancora, ma l’unico risultato che se n’ottiene è di aggiungere nuovi tormenti ai tormentati… Costringere a forzata regolarità d’operare un essere depravato, abituato, anzi rotto al vizio, accostumato a tutte funeste sue emozioni, è un metterlo a nuova tortura. Bisogna fargli prima amare l’ordine, fargliene sentire, quanto egli si sia gustato e depravato, la necessità, la dolcezza: ed allora è convertito da quello che era».

Maestra dietro le sbarre, Giulia si faceva chiudere nelle celle insieme alle detenute, insegnando loro a leggere, scrivere, pregare… e si fece non solo rispettare, ma amare.
Più luce, più pulizia, più sanità entrarono in quelle celle e molte delle detenute, uscite dal carcere, si fecero suore Maddalene, mentre le altre vennero inserite nel sociale con un proprio lavoro dignitoso.
Giulia muore il 19 gennaio 1864, dieci anni dopo la scomparsa di Silvio Pellico (divenuto segretario e bibliotecario di Palazzo Barolo dopo la tragica esperienza dello Spielberg per volere dei marchesi poiché era stato abbandonato da tutti).

Sono trascorsi centoquarant’anni, ma il suo insegnamento è più che mai attuale.
Giulia e Carlo Tancredi: modello di comunione coniugale perfetto. Spogliati di ogni orgoglio patrizio ruppero lo specchio del potere di cui avrebbe potuto abusarne. E fecero qualcosa di grande. Si mischiarono e si confusero in mezzo ai poveri puntando sulla trasformazione dei sistemi per riformare il riformabile, per modificare il modificabile, per fare giustizia dove giustizia non c’era.
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Giulia Colbert Falletti di Barolo
Serva di Dio 

 Giulia Colbert nacque a Maulévrier, nella regione francese della Vandea, nel 1786.

Nel 1806 sposò il Marchese torinese Carlo Tancredi Falletti di Barolo.

Bella, nobile, ricca, intelligente e creativa, Giulia pareva destinata ad una vita facile e brillante.

Invece, insieme al marito, decise di impegnare tutti i beni di sua proprietà al servizio dei più poveri.

A lei si deve la prima riforma delle carceri femminili in Italia. Il suo progetto rieducativi, attuato personalmente, fu realizzato attraverso l’istruzione, il lavoro retribuito, l’educazione alla fede.

In una visione innovativa per quell’epoca, diede vita a vari istituti educativi e assistenziali fra cui il Rifugio – dove ex detenute e giovani a rischio trovavano un ambiete familiare ed un lavoro dignitoso – e la prima scuola per bambine povere di Torino.

Nel 1833 fondò le Suore di Santa Maria Maddalena per accogliere alcune ospiti del Rifugio desiderose di consacrarsi interamente a Dio. Insieme al marito, Giulia aprì un asilo d’infanzia nel loro palazzo torinese e fondò la congregazione delle Suore di Sant’Anna.

Dopo la morte di Carlo Tancredi avvenuta nel 1838 impresse un ulteriore slancio alla sua opera di carità: nel 1845 istituì l’ospedale di Santa Filomena per bimbe disabili e poi case-famiglia e laboratori per fanciulle indigenti.

Estremo omaggio della Marchesa alla “sua” Torino fu la costruzione della chiesa parrocchiale di Santa Giulia in Vanchiglia, allora un rione popolare fortemente degradato.

Giulia Colbert di Barolo si spense il 19 Gennaio 1864 e nei solenni funerali la città la salutò come “madre dei poveri”. La Marchesa riposa nella “sua” chiesa accanto all’altare maggiore.

Attualmente ne è in corso, a Roma, la causa di canonizzazione
 


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