Antinori Orazio (1811- 1882)
naturalista, patriota, massone
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Antinori Orazio, ritratto--tomba di Antinori Orazio (A.Masi)

di Manlio Bonati

Orazio Antinori nasce a Perugia il 23 ottobre 1811 da Gaetano e da Tommasa Bonaini Boldrini.
La sua famiglia, nobile da vecchia data, era insignita dal titolo marchionale. Non ama gli studi classici, tanto che nel 1828 lascia il collegio dei padri Benedettini dell'Abbazia di S. Pietro in Perugia senza avere in mano un diploma. Per circa dieci anni si dedica all'ornitologia, alla tassidermia (tecnica di preparazione ed imbottitura delle pelli animali al fine di conservarle), ai lavori manuali - si definisce "falegname per passatempo e meccanico per svago" ed ai disegni. Questi sono gli interessi del giovane Antinori, stimolati dal monaco Barnaba Lavia e dal professor L. Canali dell'Università della sua città. Amante della caccia, dopo aver ucciso gli uccelli, li impaglia. All'Università dona la collezione, ormai corposa.

Nel 1837 si trasferisce a Roma per cercare lavoro. Non vuole più pesare finanziariamente sulla famiglia, che non è ricca. Nella capitale del Regno Pontificio si fa apprezzare in qualità di naturalista preparatore. Ben presto lo prende con sé Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, consapevole di aver trovato un valido aiuto sia per la raccolta zoologica che da tempo portava avanti sia per le relative pubblicazioni naturalistiche. Antinori, infatti, oltre a svolgere il compito di imbalsamatore e di custode generale del gabinetto scientifico, collabora ai libri Iconografia della fauna italica, stampati a Roma dal 1832 al 1841, e al Conspectus generum avium (Catalogo metodico degli uccelli europei), edito a Bologna nel 1842. In casa del principe Bonaparte, a Villa Paolina a Porta Pia, conosce Lorenzo Landini, esperto nel dipingere ad acquerello, che anni dopo lo seguirà in Abissinia e scriverà il libro di ricordi Due anni in Africa col Marchese Orazio Antinori. Dal Landini si viene a sapere che "per alcune ragioni, a me incognite, il Marchese Antinori lasciava la custodia del gabinetto del Principe, ed andava in Albano dal Principe Conti a riordinare un piccolo gabinetto di Storia Naturale".

Giungiamo al 1848, l'anno delle rivoluzioni europee. Antinori, d’animo vicino alle idee di Giuseppe Mazzini, si arruola come ufficiale nell'esercito pontificio comandato da Giovanni Durando. Le truppe sono destinate a combattere nel Veneto. Il 9 maggio a Cornuda si fronteggiano i pontifici e gli austriaci del maresciallo Laval Nugent di Westmeath. Antinori viene colpito da una pallottola al braccio destro, prima di quattro ferite che gli toglieranno l'uso, ormai anziano, della mano destra. Per ovviare all'avversità, riesce a scrivere e a fare ciò che occorre con la sola sinistra. Ingiugno combatte a Vicenza, ma anche in quest'occasione sono gli austriaci a vincere la battaglia.

Di nuovo a Roma, sempre fedele alla causa liberale, è tra coloro che determinano la fuga di Pio IX. Viene eletto deputato alla Costituente. Impugna nuovamente il fucile per difendere la Repubblica Romana dalle truppe francesi del generale Victor Oudinot. Si distingue come tiratore nella difesa di Roma. Entrati i francesi in città, per l'Antinori non rimane che l'esilio, che avrà fine soltanto nel 1861. Le prime tappe sono la Grecia e la Turchia.

A Smirne, rimasto quasi senza denari, si mette in società con Guido Gonzenbach (Gozembach oppure Gonzebach a seconda dei testi consultati), console svizzero, per l'esportazione di animali imbalsamati per vari musei europei. Tra i due nasce una profonda e feconda amicizia. Lo svizzero cura la parte amministrativa, il perugino procura la fauna da vendere principalmente agli stati tedeschi. Questo lavoro lo porta a cacciare le sue prede nell'Asia Minore, a Cipro, a Candia, a Malta e in Siria. Nel 1858, dopo aver ereditato dal padre una piccola somma, si trasferisce in Egitto per far nuove collezioni e per addentrarsi in un mondo che lo attrae sempre più. L’anno dopo il vicino Sudan diventa la base di partenza dell'esule umbro.

A Khartum conosce altri viaggiatori, interessati al commercio della gomma, delle piume di struzzo, dell'avorio e del caffè, con cui progetta delle spedizioni sul Nilo, il fiume misterioso che convoglia a sé un nutrito numero di esploratori provenienti da varie nazioni europee. Le prime vere avventure africane le vive nel Sennaar con Angelo Castelbolognesi, ebreo ferrarese, e con i fratelli savoiardi Ambrogio e Giulio Poncet. A Galabat vuole penetrare in Abissinia, ma la strada gli è vietata. Col francese Guillaume Lejean arriva al Darfur, dove la carovana si blocca per colpa delle guide e dei portatori, collaboratori indispensabili nei viaggi africani, che non vogliono addentrarsi in località popolate da tribù ostili.

Con Alessandro Vayssière, anch'egli savoiardo. e con il lucchese Carlo Piaggia risale nel 1860 il Nilo Bianco fino alla confluenza con il Bahr el-Ghazal. I tre navigano sulla barca del Vayssière con l'intenzione di raggiungere i Niam-Niam. Purtroppo, dopo essere giunti a Nguri, località più meridionale calpestata dal Nostro, '1e continue piogge, le febbri, la dissenteria, il vitto scarso e cattivo minacciavano di seppellirci tutti sul luogo". Con queste parole l'Antinori riassume l'esito sfavorevole della piccola spedizione, che vede morire di febbre l'amico nato nella Savoia ed i superstiti tornare stremati nella capitale del Sudan.

Il pensiero predominante dell'Antinori, che si interessava anche di geografia e di etnografia, è sempre quello delle collezioni ornitologiche e zoologiche in senso lato, in quanto con la loro vendita riesce a mantenersi e a pagarsi i continui spostamenti. Durante una di queste esperienze, oltre alle sofferenze fisiche dovute a malattia e alla scarsità di cibo, ha un indimenticabile incontro con un leone. t armato di fucile, caricato però con i pallini che usa per uccidere piccoli animali. La situazione è grave: sa che c'è bisogno, per risolverla, di una buona dose di sangue freddo. Il coraggio è una dote innata che non lo ha mai abbandonato, fronteggia quindi risoluto il re della foresta che, do o un po', se ne va senza averlo attaccato. Se si fosse fatto prendere dal panico, non avrebbe potuto, in patria, raccontare l'episodio all'amico Manfredo Camperio.

Nel 1861 la situazione politica è profondamente mutata in Italia: l’Umbria, assieme ad altre regioni, fa parte del nuovo regno di Casa Savoia con a capo il re Vittorio Emanuele II, quindi è arrivato il momento di porre fine al lungo esilio e di riprendere finalmente la via di casa. Per permettersi il viaggio vende ogni suo avere, fuorché gli ottimi risultati delle cacce africane. Stabilitosi a Torino, cede allo Stato per lire 20.000 la preziosa raccolta ornitologica che, contrariamente a quanto auspica, viene smembrata in vari musei, mentre quella etnografica la dona al Museo dell'Università di Perugia.

Non si conosce la data di ingresso dell'Antinori nella Massoneria: di sicuro nel 1863 è già massone, essendo al 32° grado del R.S.A.A. e alla Costituente del 1864 viene eletto membro del Grande Oriente d'Italia (1). Nella primavera del 1865 sigla il passaporto massonico dell'amico naturalista Pellegrino Strobel, in procinto di partire da Parma per l'Argentina, affinché gli consenta di inserirsi nella Massoneria americana (2).

In questi anni si mette negli affari senza, però, ottenere un riscontro positivo. La passione dei viaggi fa sempre parte del suo intimo: nel 1863 va in Sardegna con l'ornitologo Tommaso Salvadori; nel 1866 in Tunisia ovviamente per catturare volatili, ma anche per dedicarsi all'archeologia dei reperti romani e per disegnare una corretta carta oro-idrografica dei luoghi visitati.

Va a vivere a Firenze, nuova capitale, dove si incontra con i rappresentanti della cultura e della scienza italiana. Nello stesso anno è socio fondatore della Società Geografica Italiana, espletando l'incarico di direttore con funzioni di segretario generale e lavorando con Cristoforo Negri, primo presidente del sodalizio geografico. Scrive alcuni saggi per il Bollettino della Società Geografica Italiana e medita nuove imprese. Nel 1869 ha la -rande soddisfazione di essere scelto dal Governo come rappresentante italiano in Egitto alla solenne inaugurazione del Canale di Suez. Ha l'occasione di navigare ancora sul Nilo e di toccare la Nubia. L'anno dopo assiste all'acquisto della Baia di Assab, effettuato da Giuseppe Sapeto.

Subito dopo, in compagnia di Odoardo Beccari e di Arturo Issel, si inoltra nella terra dei Bogos sia per visitare la colonia della Sciotel, organizzata senza fortuna da connazionali, sia per preparare una collezione della fauna del luogo. Rimasto solo, è in seguito raggiunto da Carlo Piaggia. Nei primi mesi del 1872 lo ritroviamo a Firenze ad espletare incarichi d'ufficio della Società. Invece il 1873 gli porta una dolorosa periostite che gli toglie l'uso della mano destra, la stessa che ricevette ferita a Cornuda, e lo costringe nuovamente a scrivere e a disegnare con molta fatica con la sinistra.

La sede della Società Geografica Italiana si trasferisce a Roma, ormai capitale del Regno d'Italia, ed Antinori vi si stabilisce. In questo periodo prende corpo l'idea di progettare una spedizione allo Scioa e ai laghi equatoriali. L'esperienza acquisita gli conferisce l'autorevolezza ad assumerne il comando, non preoccupandosi dell'età che avanza, piuttosto desideroso di tornare sul campo e smetterla con la noiosa vita d'ufficio. Deve superare molti ostacoli organizzativi ed intoppi di ogni genere, ma riesce nel suo intento. Prima, però, è a capo dal maggio al lucrlio 1875 di una missione scientifica negli chotts tunisini, voluta da Cesare Correnti, secondo presidente della Società Geografica Italiana, con Oreste Baratieri, Giacomo di Castelnuovo, finanziatore per buona parte dell'impresa, Giuseppe Bellucci, De Galvagni, Augusto Vanzetti, Angelo Lambert, Lodovico Tuminello e Giuseppe Ferrari.

Compito dei nove era quello di rilevare se era possibile, come auspicava una commissione francese, l'immissione del mare in quel bacino interno isolato e desertico. Il geologo e gli ingegneri italiani, effettuati tutti i rilievi del caso, concludono la relazione affermando che "gli chotts - come scrive Maria Mancini - erano sufficientemente al di sotto del livello del mare, ma che, vista la composizione geologica dell'istmo di Gabes, formato non da cordoni di sabbia, come credeva Roudaire [il francese era appena tornato da una positiva spedizione agli chotts algerini] ma da rocce di natura calcarea, sarebbe risultato difficile e decisamente antieconomico qualsiasi progetto di taglio per allagare il deserto".

Antinori nel marzo 1876 può concretizzare l'ultimo grande desiderio della sua vita: si imbarca a Napoli per l'Abissinia come responsabile di una grande spedizione. Ha 65 anni, i capelli e la lunga barba sono bianchi, ma è contento ed entusiasta come un giovane. Gli sono compagni l'ingegnere Giovanni Chiarini e il preparatore Lorenzo Landini, conosciuto in aioventù a Roma. Il capitano Sebastiano Martini Bernardi attendeva il gruppo ad Aden. Ad Antinori rimanevano da vivere sei soli anni, che avrebbe trascorso nello Scioa senza più la possibilità di toccare il suolo patrio.

Il 19 giugno, dopo una permanenza sia ad Aden sia a Zeila e dopo aver subito intoppi, ruberie e problemi con il personale indigeno, la carovana si mette in cammino con meta lo Scioa, con l’intenzione di impiantarvi una stazione geografica e progettare da lì altre spedizioni con scopi scientifici e commerciali. Abu Beker, emiro di Zeila e trafficante di schiavi, ostacola e taglieggia in tutti i modi gli esploratori che rischiano anche di essere uccisi dai servi dancali, Antinori è costretto a rinviare a Roma il Martini Bernardi per avere dell'altro materiale e denaro, mentre il resto della carovana continua faticosamente ad avanzare fino a raggiungere il 28 agosto Liccè, sede di Menelik re dello Scioa. "Entrando in città -è la descrizione dello stesso Antinori all'amico Giacomo Doria -fummo salutati da vari colpi di artiglieria e da una salva ben nutrita di moschetteria". Il sessantacinquenne esploratore rimane affascinato dal monarca africano che considera essere "il miglior uomo che regni non solo, ma che esista in tutta l'Abissinia".

I nuovi arrivati ricevono ospitalità ed aiuti dal vescovo Guglielmo Massaja, missionario cappuccino residente da anni in quei luoghi nonché consigliere di Menelik. Questi affida allo scienziato un terreno (95 ettari) a Let-Marefià, dove si costruisce la stazione geografica, luogo di riposo e di studio indispensabile al marchese che si è ferito gravemente in un incidente di caccia. Landini narra che "trovai il povero Antinori steso in terra, con la mano destra orribilmente fracassata, grondante di sangue. Seppi che tenendo la mano sulla bocca del fucile, questo esplose, e gli portò via gran parte della mano destra dalla palma fino al polso che gli restò scoperto". La sua forte fibra gli permette di superare la disgrazia, amorevolmente curato dal Massaja. Porta sempre avanti la preparazione degli animali, avendo insegnato a due giovani abissini l'arte della tassidermia.

Nel 1877 Martini Bernardi, che ha con sé Antonio Cecchi, si ricongiunge dopo tanti mesi con i compagni. In ottobre torna alla costa con il Landini per espletare una missione affidatagli da Menelik: acquistare delle armi per combattere il Negus, condizione che aveva posta per lasciar partire Cecchi e Chiarini per l'esplorazione ai laghi equatoriali. I due attraversano i paesi Galla, poi alle frontiere del Caffa sono bloccati e poi imprigionati dalla regina di Ghera. Chiarini muore, a trent'anni, il 5 ottobre 1879. Intanto Martini Bernardi è di nuovo per la terza volta allo Scioa, gli è compagno Pietro Antonelli. In seguito, a causa anche del suo carattere, si mette in urto con l'Antinori, abbandona Let-Marefià e, in patria, pubblica un paio di libri critici nei confronti della missione geografica e di Antinori e Cecchi in particolare. Quest'ultimo, deperito fisicamente, viene liberato per intercessione dell'esploratore Gustavo Bianchi.

Si ricongiunge nel 1881 con il capo della spedizione. Ristabilitosi, rimpatria con l'Antonelli. Il vecchio marchese declina l'invito di unirsi a loro, preferendo restare e lavorare in quella ospitale dimora. Svolge un'esplorazione al Lago Zuai, ma marcia sotto la pioggia e si ammala. Appena si sente in forze si reca ad Entotto per vedersi con Menelik, al ritorno si bagna nuovamente e si riammala per non alzarsi più. Viene assistito dal dottor Raffaele Alfieri, che non può far altro che alleviargli il dolore. Ma il perugino è sereno, consapevole che la morte sono parole sue -" è un transito fatale, a cui tutti dobbiamo sottostare. Ora che l'Onnipotente vuole così, vi prego, cari miei, vi prego di far bene attenzione a tutti i miei affetti di casa: in particolare vi siano a cuore tutti i miei manoscritti, frutto di tanti anni d'Africa". Orazio Antinori si spegne a 71 anni alla mezzanotte del 26 agosto 1882. I suoi resti riposano tuttora a Let-Marefià (3). La Società Geografica Italiana gli ha conferito, nel 1882, la Medaglia d'Oro alla memoria.

Il marchese Orazio Antinori fu apprezzato come persona dai suoi contemporanei. Certo non fu alieno dall'avere dei nemici (chi non ne ha?), un nome per tutti: Sebastiano Martini Bernardi.

Nel complesso si delinea un uomo positivo, meritevole di essere ricordato, e non soltanto per quanto ci ha lasciato materialmente, ma soprattutto per le sue qualità di italiano, di patriota, dì scienziato, di scrittore e di esploratore, pregi rari da ricercarsi in un unico individuo.

Note

(1) Cfr. Giordano Gamberini, Mille volti di massoni, Roma, Edizioni Soc. Erasmo, 1975, p. 126. Sono grato all'Architetto Blasco Mucci per avermi donato questo raro volume.

(2) Cfr. Manlio Bonati, Vittorio Bottego, un ambizioso eroe in Africa, Panna, Silva Editore, 1997, p. 106. Nell'Ottocento molti esploratori o africanisti come Antinori, Pellegrino Strobel, Oreste Baraticri, Francesco Crispi, Ferdmando Martini e Vittorio Bottego erano iscritti alla Massoneria (cfr. al proposito l’interessante libro fotografico dì Giordano Gambermi, op. cit.).

(3) L’esploratore Augusto Franzoj il 26 aprile 1883 si trovava a Let-Marefià da quattro giorni, trascrivo la sua descrizione della tomba: il povero marchese riposa sotto un gigantesco sicomoro, ad appena quattro metri fuori della cinta di casa, all'ombra del quale egli amava passare le ore più calde, studiando o scrivendo. La tomba è costituita da una capanna del diametro interno di metri 2,95, che ha le pareti in legno solido internamente intonacate con creta nera. Sulle pareti si posa, con forma conica, il tetto di paglia, sulla cui cima sta una croce copta. Il capo del defunto è ad occidente; sui piedi, e posto sopra una cassa vuota, sta un busto di creta che vorrebbe rappresentare l'effigie dell'illustre marchese". Cfr. Augusto Franzoj, Continente Nero. Note di viaggio, Torino, Roux e Favale, 1885, pp. 148-149.

Per altre informazioni biografiche e bibliografiche su Orazio Antinori rinvio al suo "Nel paese dei Bogos", a cura di Manlio Bonati, Fabrizio Fabbri Editore, Perugia, 2000.

(tratto da IL LABORATORIO, n. 49, novembre-dicembre 2000, Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Toscana - Turri Copisteria, Scandicci)



da Salvadori:

Il Marchese Orazio Antinori nacque nella bella e gentile Perugia, neir Umbria, il 23 Ottobre del 1811. Da giovane si occupò con amore nel fare una collezione di uccelli che, prima di partire per Roma nel 1837, cede alla Università di Perugia.
In Roma fu naturalista preparatore del Principe Conti ; ivi conobbe il grande ornitologo Carlo Bonaparte principe di Canino, di cui
divenne amicissimo. Per vicende politiche dopo il 1849 dovè esulare e si recò a Smirne , ove trovò in Guido Gonzenbach, console
svizzero, un impareggiabile amico. Quivi l'Antinori si dette a raccogliere uccelli, nidi ed uova per musei ed a farne commercio,
aiutato dalle estese relazioni del Gonzenbach.
In questo tempo egli scrisse alcuni lavori , che tradotti in tedesco dal Baldamus e dal Bolle apparvero nella Naumannia e nel Joimial filr OrnUhologie. In questi lavori 1' Antinori descrisse un Cypselus galilejeìisis ed un Ficus cruentatus e trattò del passaggio e della nidificazione àoiVAcridotheres roseus presso Smirne e del passaggio straordinario delle beccacele e degli stornelli nel Gennaio del 1858 presso la stessa città.
Le condizioni finanziarie dell' Antinori erano molto ristrette. Nel 1858 egli ricevette la sua piccola quota dell' eredità paterna e ne profittò per recarsi in Egitto sul delta del Nilo, ove continuò a fare collezioni ornitologiche. Da qui nel 1859 partì pel Sudan, e nel Luglio era a Chartum. Egli- esplorò prima le regioni bagnate dal Fiume Azzurro e quindi quelle percorse dal Fiume Bianco , facendo una ricca collezione di uccelli che si propose di portare in Italia.
Nel Dicembre del 1861, dopo il viaggio del Sudan, trovò nelle vicinanze di Alessandria un Ploceino, che egli descrisse come nuovo col nome di Estrelda melanorìvjncha, ma non pare che ne conservasse alcun esemplare, per cui non se ne conosce neppure uno, e la specie non è stata ancora identificata.
Giunto in Italia vendette al governo la collezione ornitologica fatta in Africa , la quale fu improvvidamente distribuita ai Musei Italiani, senza che ne restasse una serie tipica completa in un solo, cioè in quello di Torino, cui era stata destinata.
Nel 1864 l'Antinori pubblicò il Catalogo della sua collezione, descrivendo parecchie specie come nuove, cioè il Cypselus duhius, la Neclarinia Gonzenhachi, la Drymoica troglodytes, Y Eremoìnela canescms, Y Ebninia Teresita, il Lanius paUiduSj, il Texlor
caslaneoauratus, YEabropyga rara e la Slrepiopelia barbarù.
Questo Catalogo fu tradotto in tedesco dall'Hartmann nel Journal fiìr Ornilhologie, accompagnato da alcune note dell' Antinori, che vi descrisse la Nectarinia acik; esso fu argomento d'una mia Rivista critica che pubblicai nel 1870.
Prima ancora della pubblicazione del suo Catalogo, nel 1863, rAntinori si recò in Sardegna, ed io , che gli fui compagno , presi r occasione per pubblicare un Catalogo degli uccelli di quell' isola.
Nel 1866  Antinori andò in Tunisia, ove fece anche una piccola collezione di uccelli, che in parte cedette al Museo di Torino.
Nel 1870, visitò in compagnia del Dottore Odoardo Beccari e del Professore A. Issel la baia di Assab e quindi il paese dei Bogos ed altre regioni confinanti coli'Abissinia , facendo ricche collezioni di animali. Quella degli uccelli fu illustrata da parziali lavori e da un Catalogo , cui attendemmo insieme , e che fu pubblicato negli Annali del Museo Civico di Genova, Voi. IV,pp. 366-520. Questo lavoro fu accompagnato da tre tavole, nelle quali erano rappresentate il Buteo auguralis, Salvad. e due specie da noi descritte , la Saxicola leucolaema, che poi si trovò identica colla S. vittata, H. et E., e VHyphantomis dimidiata.
Finalmente l'Antinori nel 1876 tornò nuovamente in Africa, capo della Spedizione Italiana Equatoriale, la quale , com' è noto,
dovè arrestarsi nello Scioa. Tanto durante il tragitto da Zeila allo Scioa, quanto durante la lunga permanenza di sei anni in questo regno, l'Antinori raccolse gli uccelli che vengono studiati nel presente lavoro e dei quali certamente egli stesso avrebbe pubblicato un Catalogo se la sorte gli avesse concesso di tornare in Italia. Durante questo ultimo periodo egli pubblicò alcune note intorno agli uccelli raccolti , od osservati nel tragitto da Zeila ai confini dello Scioa {Meni. Soc. Geogr. Hai. I, pp. 183-185) ed intorno al Fenicottero minore (Bollett. Soc. Geogr. Ital. VI,pp. 586-591).

L' Antinori colle sue collezioni ha notevolmente accresciute le nostre cognizioni intorno alla ornitologia, e specialmente intorno agli uccelli africani, e gli si deve la conoscenza di parecchie specie che furono descritte da lui, o da altri sopra esemplari che egli aveva raccolti.

Le specie da lui descritte sono le 15 seguenti, delle quali le ultime due egli descrisse insieme con me. Esse sono in ordine cronologico :

1. Cypselus galilejensis, A.nt., Naumannia, 1855, p. 307, con tav. (= C. affinis, Gray.).
2. Picus cruentatus, Ant., Naumannia, 1856, p. 411, con, tav. {= Picus sijriacus, Hempr. et Ehr.). L'Antinori (in litt.) aveva recentemente
   .dato a questa specie il nome di Picus damascenus , che si trova stampato in alcuni cataloghi.
3. Estrelda melanorhyncha, Ant., Journ. f. Orn. 1862, p. 462. Specie non identificata.
4. Cypselus dubius, Antin., Catal, p. 25 (1864). Specie non identificata, non avendone l'Antinori conservata alcuna spoglia.
5. Nectarinia Gonzenbachi, Ant., Cat. p. 35 (1864) (= N. erythroceria, Heugl.).
6. Drymoica troglodytes Antin., Cat. p. 38 (1864). Buona specie, descritta posteriormente dall' Heuglin col nome di Cisticola
    .ferruginea.
7. Eremomela canescens, Antin., Cat. p.38 (1864). Buona specie , anch' essa descritta posteriormente dall' Heughn col nome
    .di E. elegans.
8. Elminia Teresita, Antin., Cat. p. 50 (1864). Buona specie, a quel che pare = E. Alexinae, Heugl, descritta posteriormente.
9. Lanius pallidus, Antin., Cat. p. 56 (1864) (= L. pallidirostris, Cass,).
10. Textor castaneoauratus, Antin., Cat. p. 65 (1864) (= Hyphantornis badia, Cass.).
11. Habropyga rara, Antin., Cat. p. 72 (1860). Già descritta dall' Heuglin, ma con nome precedentemente usato per altra specie,
per cui la denominazione dell'Antinori dovrà essere adoperata.
12. Slreptopelia barbarù, Antin., Cat. p. 89 (1864) (= Turtur capicola, Sund., fide Shelley).
13. Nectarinia acik, Antin., Journ. f. Orn. 1866, p. 205. Buona specie.
Le due specie seguenti sono state descritte da Antinori e da me:
14. Saxicola leucolaema, Antin, et Salvad., Atti R. Ac. Se.Tor. Vili, p. 32 (1872) (= S. vittata, Ehr. Specie rimasta ignorata dal 1833
      .fino al 1874, quando dal Blanford e dal Dresser fu identificata colla nostra S. leucolaema).
15. Hyphantornis dimidiata, Antin. et Salvad., Atti R. Acc.e. Tor. Vili, p. 360 (1873). Buona specie, ritrovata recentemente da Emin Bey
      .presso Agaru e Magungo.

Finalmente furono scoperte da Antinori , ma sono state descritte da altri, le seguenti 10 specie:

1. Merula dactyloptera  Bp. Curiosa varietà accidentale, trovata presso Smirne, del Turdiis merula, L., avente un'unghia bene sviluppata
    .sulle ali .
2. Gyps africanus, Salvad. Buona specie.
3. Buteo auguralis, Salvad. Buona specie.
4. Drymoica Antinorii, Salvad. ( Cisticola lateralls, Fraser,secondo il Cap. Shelley in litt.).
5. Lanius Antinorii, Salvad. (forse = al L. dorsalis. Cab., descritto pochi giorni prima di me).
6. Caprimulgus fraenatus, Salvad.
7. Psalidoprocne Antinorii, Salvad.
8. Euplecles scioanus, Salvad.
9. Textor scioanus Salvad.
10. Podiceps infuscatus, Salvad.


                    ELENCO DEGLI SCRITTI ORNITOLOGICI DEI. MARCHESE ORAZIO ANTINORI
 

(1855). Ueber eine wahrscheinlich neue Cypselus-Art: Cypselus Galilejensis?
Antinori. Vom Marchese Orazio Antinori (Naumannia, 1855, V,
pp. 307-311. mit taf. V) (Traduzione dall' Italiano del Baldamus).
(1856). Ueber den Zug und das Nisten von Acridotheres roseus in der Umgegend
von Smyrna (Naumannia, 1856, VI, pp. 401-410) (Traduzione
dall'Italiano del Baldamus).
(1856). Picus cruentatus, Antinori, n. sp. (Naumannia, 1856, VI, pp. 411-
414, cum tabula) (Traduzione dall' Italiano del Baldamus).
(1858). Ueber einen wunderbar starken Schnepfenzug, und ungefahre Sehatzung
eines Staarenflugs, im Januar 1858 bei Smyrna beobachtet
(Journal fiir Ornithologie, 1858, pp. 483-489) (Traduzione dall'Italiano
del D.r Carlo Bolle).
(1862). Ueber eine kleine Vogelart aus der Familie der Ploceiden (Journ.
f. Orn. 1862, p. 462) (Traduzione dall'Italiano del Gonzenbach).
(1864). Catalogo descrittivo di una collezione di uccelli fatta da Orazio
Antinori nell' interno dell'Africa centrale Nord dal Maggio 1859
al Luglio 1861. Milano 1864, pp. I-XXX, 1-117.
(1865-69). La stessa opera tradotta dall' Italiano in Tedesco dal D. r E.
Hartmann (Journ. f. Orn. 1865, pp. 67-77; 1866, pp. 112-129;
191-208; 235-244; 1867, pp. 94-106; 1869, pp. 327-333).
(1872). Antinori e Salvadoei — Descrizione di una nuova specie del
genere Saxicola (Atti B. Ac. Sc. Tor. VIII, p. 32, 1872).
(1872). Id. id. — Nota intorno al Cypselus horus (loc. cit. pp. 94-96, 1872).
(1873). Id. id. — Nuova specie del genere Hyphantomis (loc. cit. pp. 360-
361, 1873).
(1873). Id. id. — Viaggio dei Signori O. Antinori, O. Beccari ed A. Issel
nel Mar Eosso , nel Territorio dei Bogos e regioni circostanti durante
gli anni 1870 e 187.1. Catalogo degli Uccelli, compilato da
0. Antinori e T. Salvadori (Ann. Mus, Civ. Gen. IV, pp. 366-
525 con tre tavole colorite).
(1878). Eelazione del Marchese Antinori alla Presidenza della Società Geografica
ed al Comitato esecutivo per la Spedizione Italiana nell'Africa
equatoriale (Mem. Soc. Geogr. Ital. I, pp. 175-189,
1878).
In questa relazione si trovano (pp. 183-185) alcune notizie intorno
agli uccelli osservati durante il viaggio da Zeila allo Scioa.
(1881). Giornale ed illustrazione dei nuovi laghi fra gli Adda-Galla (Bollett.
Soc. Geogr. Ital. 1881, pp. 575-597).
In questo scritto (pp. 586-591) l' Antinori descrive a lungo i
costumi del Phoenicopterus minor.

L’arabo perugino
di Loris Accica

Il 23 ottobre 1811 nasce a Perugia Orazio Antinori, dal marchese Giacomo e dalla contessa Tommasa Bonaini Boldrini, di antica nobile famiglia.

Avviato agli studi nel collegio dei benedettini dell’Abbazia di San Pietro, ne esce diciassettenne senza alcun diploma, per la scarsa propensione agli studi.

La sua smodata passione è il disegno e la caccia. Un monaco

gl’insegna i segreti e l’arte della tassidermia, un professore di scienze naturali lo indottrina sull’ornitologia e, in pochi anni Orazio Antinori diventa il più esperto conoscitore, disegnatore e imbalsamatore di uccelli della regione, mettendo insieme una ricchissima e corposa collezione, che in seguito dona all’Università degli Studi di Perugia.

Nel 1838 acquisita una notevole esperienza in queste discipline, si trasferisce prima a Roma, alla corte del principe Conti di Albano come preparatore naturalista e poi a Canino, nella bassa maremma, alla corte del principe Carlo Luciano Bonaparte col quale collabora alla stesura e all’edizione della “Fauna italica” e del “Conspectus generum avium”.

I capovolgimenti politici nazionali, culminati nella prima guerra d’indipendenza, coinvolgono a tal punto il sedentario marchesino, che improvvisamente sospinto da un’entusiasmo dirompente, lo trasformano in un fervente patriota ispirato dai principi liberali.

Torna a Perugia nei primi mesi del 1847, si immerge letteralmente nei circoli liberali repubblicani dove aleggia il pensiero mazziniano, entra in massoneria presumibilmente nel 1848 e siede sugli scranni tra le Colonne con i Fratelli Ariodante Fabretti, Giovanni Pennacchi, Reginaldo Ansidei, Pompeo e Nicola Danzetta, Carlo Bruschi ed altri, divenendo attivo protagonista della “Vendita” perugina e degli alti gradi del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

L’anno successivo si arruola come ufficiale nell’esercito pontificio, agli ordini del comandante Giovanni Durando e partecipa alla sfortunata campagna del Veneto, dove il 9 maggio a Cornuta, è colpito da una pallottola austriaca al braccio destro. A giugno è ancora al fronte nei pressi di Vicenza e batte in ritirata col suo reggimento.

Tornato nella capitale dello Stato pontificio, partecipa intensamente ai moti democratici d’indipendenza per la costituzione della Repubblica Romana, battendosi con coraggio, da tiratore scelto qual’era, nell’assedio di Roma, che induce alla fuga papa Pio IX. e, con Giuseppe Mazzini ed altri, il 17 marzo 1848, è eletto deputato alla Costituente della Seconda Repubblica Romana.

La successiva caduta della Repubblica con conseguente restaurazione papalina, costringono l’Antinori al volontario esilio e lascia l’italia per un percorso itinerante in Grecia, Turchia, Egitto e Sudan. Un esilio che rappresenta anche la chiave di svolta della sua vita avventurosa.

In questo periodo la sua unica fonte di sostentamento è la caccia di animali, che imbalsama e vende a musei di Germania e Inghilterra, con il sostegno e la collaborazione del socio occasionale Guido Ganzenbach, console svizzero, col quale instaura una duratura amicizia.

Nel 1858, con la morte del padre eredita una discreta fortuna, pari a tredicimilalire, che gli consente un’ indipendenza economica e soprattutto la ripresa degli studi naturalistici con un ambizioso programma di esplorazione di quegl’immensi territori sconosciuti nel continente africano.

L’anno successivo infatti torna in Africa, fissa la sua base a Kartum e inizia a compiere una lunga serie di escursioni nel Sudan e in Egitto, e consacra definitivamente la sua vocazione all’esplorazione conseguendo tangibili risultati scientifici.

La spedizione incontra ostacoli di ogni tipo, sofferenze fisiche e malattie comprese, deve fare i conti con guide, portatori, tribù ostili, tanto che più volte rischia la vita, come quando davanti ad un leone, si accorge che ha il fucile caricato a pallini per piccoli uccelli. Ma la fortuna aiuta gli audaci e l’Antinori di coraggio ne ha in abbondanza, una dote innata che lo sostiene per tutta la vita.

Tornato a Kartum prende amara coscienza di trovarsi sul lastrico. I denari che aveva lasciato in deposito, a causa di un fallimento, sono perduti. Corre a Smirne dove aveva consegnato il resto del contante, ma non riesce a riscuotere una lira, perché il depositario nel frattempo era morto.

Con l’aiuto del fratello Raffaele riesce a rientrare in Italia nel 1861, è festosamente acclamato dagli amici e i Fratelli di Loggia lo eleggono Venerabile, ma trova a Perugia una situazione politica profondamente mutata.

L’Umbria insieme con altre regioni, fa parte del regno d’Italia e il re di Casa Savoia è Vittorio Emanuele II. Dopo due anni d’intensa attività massonica e politica, col mal d’Africa che si ritrova, torna al Cairo e presenta i risultati dell’ampia opera di esploratore, geografo, di osservatore della flora e della fauna, nonché degli usi e costumi indigeni.

Antesignano nel documentare scientificamente, le sue opere unanimemente considerate autorevoli, sono richieste ed accolte da tutte le riviste specializzate d’Europa.

Vendute le sue notevoli preziose collezioni ornitologiche al Governo per oltre ventimilalire, si trasferisce a Torino, dedicandosi alla stesura di altre documentazioni da pubblicare. E’ qui affiliato alla Loggia massonica Dante Alighieri, dove Ariodante Fabretti è il Venerabile e con lui, da Torino, si adopera per il rilancio della massoneria a Perugia e a Terni riuscendo infine a costituire una Gran Loggia dell’Umbria, che poi confluirà nel Grande Oriente d’Italia.

Nel 1866 parte alla volta della Tunisia per realizzare un accurato tracciamento della cartografia idrografica ed un eccellente repertamento di vari monumenti archeologici  d’epoca romana.

L’anno successivo insieme con altri insigni geografi, fonda la Società Geografica Italiana, con sede prima a Firenze poi a Roma e né è direttore e segretario, impegnandosi non poco anche alla realizzazione del Notiziario Scientifico il cui primo numero è datato 1868.

La fama acquisita e l’autorevolezza riconosciutagli inducono il Governo italiano ad inviarlo, quale rappresentante dello Stato, alla cerimonia d’inaugurazione del Canale di Suez, che si tiene il 17 novembre 1869, alla presenza dell’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, di molti regnanti e centinaia di ministri provenienti da tutto il mondo. Con l’occasione qualche giorno dopo si dirige per un’ennesima esplorazione intorno al mar Rosso e nel paese dei Bogos.

Orazio Antinori è ancora ad Assab per la caccia a fini puramente scientifici, quando Sapeto al comando della compagnia Ribattino, prende possesso dell’intero territorio d’Etiopia.

Rientrato in Italia il Ministero della Pubblica Istruzione gli dà mandato di compiere la “Grande Spedizione” finalizzata all’esplorazione dei grandi laghi equatoriali e, alla partenza è solennemente salutato dal principe Umberto. Questa volta coinvolge anche l’amico fraterno Giuseppe Bellucci, noto docente e più volte rettore dell’Università degli Studi di Perugia. Gli esiti della spedizione tuttavia, risulteranno disastrosi per la diffidenza e l’ostilità del governatore egiziano ed un banale incidente di caccia lo priva della mano destra.

Malato e demoralizzato, decide di non rientrare in Italia e accetta l’ospitalità di Menelik, imperatore dello Scioa, autoproclamatosi re dei re, il quale gli concede un’ampio territorio dove l’Antinori edifica in breve una vera e propria stazione scientifica secondo gli standard internazionali più evoluti del tempo.

Quasi certamente Orazio Antinori rappresenta anche il punto di riferimento del Governo italiano per il compimento delle imprese coloniali d’Africa, poiché quella parte del Continente assurge a straordinaria importanza strategica militare e commerciale dopo l’apertura dell’istmo di Suez.

Certo è che la sua vita sembra un bellissimo e affascinante racconto. In Europa gli scienziati lo ritengono un talentuoso naturalista esploratore, a Perugia anche un patriota e pilastro fondamentale della massoneria umbra, ma le sue doti sono ancora più grandi, perché vive e si adopera costantemente nel percorso della conoscenza per il progresso dell’Italia e dell’intera umanità.

Sente dentro di sé questa missione e vi si dedica con coraggio, con generosità, con passione e perizia, trasmettendo al mondo intero tutto quello che in campo zoologico, naturalistico, geografico, cartografico e astronomico riesce a scoprire e descrivere con precisione nelle sue opere, pare trentasei pubblicate .

Anche nell’ultimo periodo della sua esistenza si affanna per realizzare una scuola tecnica agraria a beneficio degli indigeni e al tempo stesso promuovere l’espansione del commercio italiano con questa regione d’Africa.

Ed è qui a Let-Marefià che, gravemente malato da mesi, “l’arabo perugino” spira il 26 agosto 1882. Gli indigeni perdono un carismatico rispettato amico e l’imperatore fa erigere in suo onore una tomba a forma di capanna, secondo le tradizioni abissine. Il mondo intero perde una grande figura risorgimentale con l’irresistibile vocazione alla scienza, che spesso oggi come ieri, il grande pubblico non conosce.

Nel 1936, con l’occupazione coloniale italiana d’Etiopia, i primi soldati che arrivano, trovano la tomba di Orazio Antinori ancora intatta. Dopo cinquantaquattro anni.

“Io credo che poche ebrezze siano comparabili a quella di colui che si mette in cammino per inoltrarsi verso paesi ignoti…” così ben riassume anche le motivazioni che sono alla base del periodo “romantico” della scoperta del continente africano, il cui interno rimane praticamente sconosciuto agli europei fin quasi la fine del XVIII secolo.



 

Cronologia Ornitologica
by Alberto Masi